Il sale della terra (The salt of the earth)



Il sale della terra (Francia, 2014, 110'), l'ultimo film di Wim Wenders, codiretto con Juliano Ribeiro Salgado e incentrato sulla figura e la fotografia del padre di quest'ultimo, Sebastião Salgado, è un film asciutto e senza tanti fronzoli, che non si pone nemmeno il dilemma di essere o di farsi cinema ma si struttura in maniera pressoché aderente a quella che è stata la vita del fotografo brasiliano; Wenders è infatti interessato a cogliere come questa sia arrivata a trasporsi nella fotografia, che per quanto riguarda Salgado è qualcosa di più di una semplice arte, e forse è per questo che il film di Wenders rinuncia pressoché interamente a una sorta di apparato cinematografico che, nel corso del minutaggio, va via via scomparendo per poi balenare all'ultimo e chiosare il tutto: con la fotografia, Salgado ha fatto più che raccontare il mondo, l'ha mostrato, e l'ha mostrato nella sua concretezza, quale viene ad essere nello specchio di un obbiettivo e all'occhio lucido di un uomo che ha vissuto in prima persona la dittatura nel proprio paese, un mondo umano dunque, ma di un'umanità disumanizzata, che ritrova pienamente se stessa nella brutalità che può porre - e in effetti pone - in essere. Dalla fame e la morte del Sahel ai massacri ruandesi, dalla contadinità e la miseria dell'America Latina fino alle esplosioni dei pozzi di petrolio in Kuwait, Salgado ha continuamente fatto emergere non tanto quelli che sono gli aspetti deviati e devianti dell'essere umano quanto quelli che più lo connotano e lo caratterizzano come essere umano, e l'ha fatto, tutto ciò, fino a macchiarsi l'anima, come lui stesso ha da dire. Wenders ricostruisce così i vari progetti compiuti in più di quarant'anni da Salgado, fino ad arrivare all'ultimo, Genesis, un progetto che, nato parallelamente a un tentativo - ormai riuscito - di riforestalizzazione compiuto nella propria terra natia, ha tutta l'aria del testamento spirituale; in esso, infatti, vengono raccolte immagini di luoghi così come erano all'epoca della creazione, come le Galapagos o le Americhe forestali in cui l'uomo non è ancora divenuto se stesso e sopravvive in piena armonia con la natura, di cui fa parte: è la Terra, ma più propriamente la Realtà, che tentiamo in tutti i modi di distruggere e da cui da secoli siamo ormai così distanti. Wenders opta quindi per destituirsi ed eclissarsi completamente, e con lui il suo cinema, sì che per la maggior parte del tempo lo schermo non sia occupato da altro che da fotografie di Salgado, e almeno inizialmente vien da chiedersi che senso abbia presentare un film del genere, dove manchi cinema, ma poi (e sta qui la differenza con un film come quello della Baichwal, Manufactured landscapes (Canada, 2006, 80'), incentrato sulla fotografia di Ed Burtynsky) vengono i racconti del Sahel, quelli del Ruanda, e la si smette di lamentarsi per un deficit di cinema perché, in fondo, a che serve il cinema quando Salgado ha già mostrato tutto l'odio di cui è capace l'uomo e la disperazione che può generare nell'altro con la sua fotografia? Il sale della terra, insomma, non manca di cinema: va oltre il cinema, confondendosi con quella fotografia capace di far gelare il sangue nelle vene ma anche di aprire il cuore, mostrando come infine l'arte sia sempre la stessa, perché al di là dei modi in cui trova espressione non rimane di essa che un'identica vibrazione rivoluzionaria che è la sua sola raison d'être: «Art is resistance», come disse Benning.

2 commenti:

  1. forse un po' troppo agiografico?

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    1. Mah, non ho avuto questa impressione. Anzi mi è sembrato molto genuino. Poi, va be', si tratta di Salgado, quindi è ineluttabilmente un'opera sacrale.

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