Foreign parts



J.P Sniadecki è uno che, il cinema, ce l'ha nel sangue. L'ha dimostrato l'anno scorso con Yumen (USA, 2012, 65'), l'ha confermato quest'anno con The iron ministry (Cina, 2014, 82'). Sono film colossali, massici, che non possono non lasciare il segno. Foreign parts (Francia, 2010, 82') non è da meno, e in ciò gioca molto anche il ruolo dell'altra regista, Verena Paravel, che due anni dopo girerà l'incredibile Leviathan (Inghilterra, 2012, 83') assieme a Lucien Castaing-Taylor, il regista di Sweetgrass (Francia, 2009, 101'). La pellicola del duo Sniadecki-Paravel si compone fondamentalmente di ritratti, da cui estrae senza astrarre un ritratto più generale ma non generico, che fa come da cornice all'intensità che ogni ritratto rappresenta: è il Queens dei diseredati, degli esseri umani svuotati della propria umanità e resi residui di un sistema spietato, più ingordo che capitalista, più disumano che opulento. Qui, infatti, è in atto la costruzione di uno stadio che mette in ombra le loro esistenze, annientandole, e sembra quasi di ritrovarsi nel cantiere a cielo aperto descritto in Demolition (Cina, 2008, 62'), coll'unica differenza che questa non è la Cina ma l'America (cosa insolita nella filmografia di Sniadecki, di solito concentrato sulla realtà in crescente industrializzazione della Cina), un'America disossata della sua spina dorsale, quindi specchio di quello che spetterà alla Cina qualora si arrendesse al progresso, perché Foreign parts è a tutti gli effetti una storia di fantasmi, che guarda più all'horror che al documentario e che, pur riuscendo a scovare, grazie all'impressionante carattere simpatetico che i registi riescono a fare emergere di ripresa in ripresa tra loro due e gli abitanti del Queens, quella dignità che permette a Joe di sbraitare e resistere al Sistema e quella gioia disperata che permette a Sara e Louis di coltivare il loro amore nonostante tutto, nonostante questo sia inquinato da una realtà spietata e insolente e perciò pericolosamente cancerogeno, non può che lasciare al contempo afasici e terrorizzati, spenti, quasi neanche in grado di provare una sincera indignazione, perché, cazzo, non ci siamo mai trovati così e, queste cose, le riusciamo - da benpensanti quali siamo - a sopportare soltanto in un detached display, in uno schermo che si presenta immediatamente come staccato dallo spazio che occupiamo. Be', ecco una cosa che rende straordinario questo film: la sua immagine è incombente, tutto il suo essere ci soffoca, ci sta addosso e ci annienta, perché Sniadecki e la Paravel, con esso, non tentano né l'espressionismo di Leviathan né il reportage con cui si confonde molto cinema documentaristico, come per esempio Cotton (Cina/Francia, 2014, 90') ma soltanto di esprimere un'esperienza, che è la loro. Un paragone, forse indebito, sarebbe da fare a proposito del libro di Wallace e Costello, Il rap spiegato ai bianchi, dove pure ciò che si rinviene è un'esperienza vissuta soggettivamente, da un soggetto che è tipo di una soggettività altra rispetto a quella che esperisce e veicola. Inevitabilmente, dunque, ci identifichiamo non tanto nella mdp, ma, come nei migliori documentari di Herzog, con chi ci sta dietro, a quella macchina, e sacrifica la propria vita affinché quest'ultima possa registrare un determinato fatto, che diventa evento solo nel momento in cui si triangola includendo, oltre ai registi e all'oggetto documentato, anche lo spettatore in un'unità che ha del sovversivo o quantomeno dell'eversivo rispetto a tutta quella impostura e quella miseria.

2 commenti:

  1. "Foreign parts è a tutti gli effetti una storia di fantasmi" non potevi descriverlo meglio di così. Film enorme.

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    1. Grazie. In effetti, la prima impressione è stata quella, e cioè che si trattasse davvero di un film di fantasmi, anche considerando il modo in cui Paravel e Sniadecki evidenziano la precarietà delle loro esistenze, che è parecchio forte. Comunque, va be', inutile sottolineare con Sniadecki, ormai, non sbagli un film e sia di fatto una garanzia. Della Paravel, invece, m'interesserebbe davvero vedere cosa combina da sola, anche perché "Leviathan" pure è un film clamoroso.

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