Footnotes to a house of love

Girato in 16mm, Footnotes to a house of love (Spagna, 2007, 13') può dirsi un esperimento più che riuscito, tanto non apparire nemmeno come esperimento bensì alla stregua di una lettera d'amore mancata; l'amore, infatti, è tutto ciò che manca e di cui si sente il bisogno, nella pellicola di Laida Lertxundi, poiché è infine la sua assenza a determinare la sperimentalità, cioè l'imprevedibilità della progettualità, del tutto. Forsennando suggestioni che riportano alla mente il Ben Russell più sperimentale (quello di Trypps #7 (Badlands) (USA, 2010, 10'), per intenderci), la Lertxundi compone un film non-film, un telaio composto essenzialmente da frammenti di cui non si riesce a capire l'organicità: è come se tutto si sperdesse nell'immensità del deserto che inghiotte corpi, solitudini e vite, e l'impressione è quella di essere planati fuori dalla Terra, nello spazio in cui non c'è suono. Ma i suoni in effetti ci sono, in Footnotes to a house of love, è solo che sono suoni dismessi, molto spesso extra-diegetici o diegetici in maniera parossistica (il tizio che suona il violoncello in mezzo al deserto), così come ci sono le relazioni tra cose e persone e tra persone e persone, solo che, anche qui, è tutto molto indefinibile e senza scorta, come il caos appena prima della Creazione: c'è tutto quanto deve esserci, solo che deve essere ordinato per essere in maniera sussistente. Viene così da pensare all'amore, evocato sin dal titolo e di cui mai, però, rimane traccia nella pellicola, la quale, a sua volta, trae la propria forza proprio nel momento in cui diventa un film sull'assenza di qualcosa che lo strutturi: è un divagare, frantumi di vetro che potranno essere specchio solo se qualcuno li relaziona l'un l'altro con della colla. Per ora, invece, è la più assoluta delle libertà: l'indeterminazione, la non-esistenza.

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