Dead body welcome


Dead body welcome (India, 2013, 80') è un viaggio, un viaggio che Kees Brienen compie attraverso l'India per raggiungere la camera mortuaria che ospita la salma di Ritch, un suo caro amico, ma Dead body welcome è anche un altro viaggio, più metafisico, che emerge, come solitamente capita durante i viaggi, dall'ossatura del primo: è, questo secondo viaggio, il senso del primo, che non è immediatamente dato ma è scoperto nel procedere; in questo modo, il viaggio di Brienen verso la camera mortuaria, più che farsi simile a un cammino esistenzialistico, aderisce soltanto a se stesso e, trovando in sé il proprio scopo, si autocentra, si definisce. Il fatto che sia la morte a definire il punto di partenza non può inoltre che prospettare una sorta di infinità, perché la morte non priva di senso: temiamo la morte e ci ritroviamo tristi al suo cospetto perché essa è il senso. Come scrivevo in Raskol'nikov nel virtuale, solo chi nasce morto esiste davvero, e ciò è dovuto al fatto che la vita è un fascio di possibilità e questo fascio è sempre nostro e a ogni determinazione di una possibilità in necessità ci individualizziamo, viviamo, cioè ci appropriamo della vita, facendo di essa la nostra vita. Poi, si muore, ma questo «Si» impersonale non implica che non si sia più se stessi, perché è innegabile che la morte ci coinvolga, solo che ci coinvolge come altro rispetto a ciò cui siamo abituati definirci: se la vita è un flusso progressivo che noi viviamo, ecco, allora, che in vita non siamo mai la vita stessa, ma siamo persone che vivono, che si avvicinano indefinitamente alla vita; poi «si muore», ci disincarniamo e non siamo più la persona che eravamo: diveniamo altro, diventiamo la vita che abbiamo vissuto. In questo senso Dead body welcome rappresenta in sé due viaggi, intrinsecamente intrecciati poiché ciò cui Kees Brienen va incontro non è più l'amico di cui, appunto, piange la scomparsa, ma il senso stesso della vita che Ritch ha vissuto; in premessa al film, infatti, Kees parla di una perdita, per cui è palese che ciò verso cui tende, essendo perduto, non potrà che essere qualcosa di nuovo e di diverso, ed è appunto di fronte a qualcosa di nuovo e di diverso, eppure terribilmente familiare, che si ritrova, nel finale, Kees: il corpo del defunto non è quello dell'amico Ritch ma è l'amico Ritch ad essere definitivamente proiettato - in un certo senso incarnato - nella morte di quel corpo. È questo, dopotutto, il dramma della morte, ciò che più ci sgomenta nel vedere il cadavere di una persona che conoscevamo: la sua vita assomiglia terribilmente alla sua morte, la sua persona è ineluttabilmente simile al suo cadavere e non viceversa, perché vivendo il nostro corpo muta, si rinvigorisce, poi - se si è fortunati - invecchia, infine decade, e il corpo del cadavere è l'immagine neutra, quasi paradigmatica, di tutto ciò. A questo livello, che potremmo definire definitivo, della pellicola, ce n'è però un altro, che dialetticamente contrasta e si unisce al precedente: è il livello del viaggio comunemente inteso, quello della quotidianità. Kees ascolta la musica, prende il treno, parla con le persone, dorme nudo, sbriga pratiche legali, usa un telefono a gettoni. Vive, ma questa vita è estranea a se stessa, indeterminabile: Kees deve raggiungere la morte, processarla, metabolizzarla, e formalmente questo livello si presenta realisticamente, con un movimento che gli è endemico e che scomparirà, per esempio, nel momento funebre, quando si prediligeranno le inquadrature a macchina fissa e i lunghi piano-sequenza, oltre ai campi lunghissimi in cui tutto si sperde e si confonde. Questo perché la quotidianità è indefinibile, è vita appunto, possibilità continua, che solo nel «dopo» riesce a trovare una definizione per il «prima»: nell'attuale è sempre indeterminata, neutra come la morte, al di là del soggettivo e dell'oggettivo. Ecco, allora, la necessità finale della presenza della morte, l'evento stesso in cui tutta questa quotidianità viene risolta e l'unico evento che può davvero definire, risolvere la quotidianità. È difficile, pressoché impossibile tratteggiare anche sommariamente le fasi finali della pellicola, perché producono nell'intimità dello spettatore un qualcosa di nuovo, che per certi versi ha persino del mistico, visto che risolve in unità caratteri così contraddittori del reale, cavando loro la contraddittorietà e scoprendo, invece, la somiglianza che, in maniera carsica, li unisce e li confonde l'uno nell'altro. Dead body welcome, dunque, è molto più che una dialettica tra viaggi poiché questi due livelli sono infine quel mistico, quel neutrale che Dead body welcome presenta e che a conti fatti è. E lascia afasici, sì, ma perché non c'è più bisogno di parole: è tutto lì, e noi ne facciamo parte. Non ci si stupirà, allora, se per il sottoscritto l'opera di Kees Brienen è totalmente oltre (ma non altra) rispetto a cose come la vita, la morte e il cinema, ed anzi è un'opera necessaria, la sua, di sicuro tra le più immense mai viste, proprio perché Dead body welcome è l'unità, finalmente ritrovata, di questi tre elementi.

7 commenti:

  1. Tra le tue recensioni più belle :)

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  2. Anche questo irreperibile, vero?

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  3. Ciao Yorick, le tue belle parole spese per questo "Dead body welcome", mi hanno "spinto" a muovermi per reperire il film. Così ho scritto alla De Productie la quale mi ha risposto così: "Are you looking for a DVD, online screener Bluray?". Ora, volevo chiederti in quale modo tu hai visto il film di Brienen e se la sola possibilità di visionarlo sia in versione screener come credo di aver intuito dal messaggio inviatomi.
    Ciao Yorick!

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    1. Boh, io l'ho chiesto a Brienen direttamente :/

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