Cotton


Cotton (Cina/Francia, 2014, 90') è uno di quei film provenienti dal festival francese Luci dalla Cina, festival che, giunto alla sua sesta edizione, ha trovato, nel tempo, protesi in diversi paesi europei, tra cui l'Italia. Comincio con dire questo, perché il film è fondamentalmente un film del festival Luci dalla Cina, prodotto dal suo ideatore, Michel Noll, e, di fatto, pensato in un'ottica occidentale, per un pubblico borghese; l'operazione di Noll, infatti, consiste nel proporre ad alcuni cineasti - o esordienti tali - cinesi di riprendere realtà del proprio paese per poi portare il materiale in Francia ed essere lì montato, post-prodotto etc. In questo senso, Cotton consta di un lavoro di ripresa di quattro anni da parte di un certo Zhou Hao, che ha seguito il viaggio del cotone dal raccolto allo smercio in prodotti finiti (jeans di grandi marche, soprattutto), soffermandosi principalmente sulla sua lavorazione nella provincia dello Xinjiang, nel nord-ovest della Cina, da parte di operai sottopagati e sfruttati. Fin qui, l'aria che si respira può apparire quella propria dei documentari della dGenerate, come per esempio Timber gang (Cina, 2006, 90') e il dittico di Liu Jiayin, Oxhide (Cina, 2005, 110') e Oxhide II (Cina, 2009, 133'), ma, appunto, è solo apparenza: a differenza dei film della dGenerate, pensati in un contesto esclusivamente cinese, Cotton, come si è accennato, è un film che guarda all'Occidente, e ciò risulta sin da subito, quando una musica extra-diegetica, che colonizza lo spazio, introduce a una realtà della quale dovrebbe accentuare e, purtroppo, veicolare l'emozione di sofferenza e pena che lo spettatore dovrebbe provare di fronte a essa. Il documentario lascia così il posto al reportage di matrice televisiva, e questo si compone sempre più in maniera didascalica, quasi Zhou Hao ci tenesse per mano per condurci verso ciò che lui intende farci vedere, che lui vede. Questa sensazione è del resto fortificata da un montaggio onnipresente, che non lascia spazio ai piano-sequenza propri di quella new wave che, dallo Sniadecki di The iron ministry (Cina, 2014, 82') e Demolition (Cina, 2008, 62') al Wang Bing di Crude oil (Olanda, 2008, 840') e Tie Xi Qu: West of the Tracks (Cina, 2003, 556'), è più attenta a far emergere la realtà direttamente dal film piuttosto che direzionarla attraverso esso fin quasi a preformarla (il finale, per esempio, in cui si vedono jeans Adidas venduti all'ingrosso, è del tutto incondizionato e si basa fastidiosamente sul montaggio, tant'è che lo spettatore non ha nessun modo per poter effettivamente sostenere che quei jeans siano stati fatti col cotone dello Xinjiang, fatto che è invece determinato da un una relazione esterna alla realtà - ecco lo scarto tra documentario e reportage, il primo emerge direttamente dalla realtà, è a essa immanente, il secondo è invece più ideologico, muove la realtà, la determina - inseritavi dal montaggio) e performarla, il che risulta infine inopinabile nel momento in cui la mdp entra nell'abitazione di una famiglia di lavoratori dello Xinjiang, palesando la sua presenta attraverso domande al padre e alla figlia che sanno di retorico e sono pertanto distanti anni luce dalle interviste che Xu Xin formalizzò in Karamay (Cina, 2010, 356'). Insomma, escludendo difetti estetici che, va be', lasciano alquanto perplessi (la camera pende pressoché sempre e ogni piano è inclinato), di Cotton non si può certo sostenere che appartenga a quella new wave documentaristica cinese, che, ad oggi, credo sia la realtà documentaristica più interessante nel panorama cinematografico mondiale, ma sia più che altro un film fortemente etnocentrico e, come tale, proteso verso e adatto a un pubblico occidentale fondamentalmente borghese: la sua peculiarità, nonché, forse, la sua più profonda raison d'être, sta nel dimostrare che esistono documentari cinesi alquanto mediocri.

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