Change nothing (Ne change rien)


Era inevitabile che, prima o poi, arrivassi a parlarne. Ne change rien (Francia, 2009, 100'), infatti, non è solamente un capolavoro ma è anche uno dei miei massimi riferimenti cinematografici, e siccome mi sono spesso trovato a doverlo citare parlando d'altre pellicole credo sia doveroso fare un po' di chiarezza a riguardo. Innanzitutto, che cos'è Ne change rien? In maniera molto schietta e superficiale: è un documentario incentrato sulla cantante francese Jeanne Balibar, ripresa attraverso lunghi piano-sequenza durante un concerto e durante alcune sessioni di prova e permeata da un'oscurità che la fa come emergere fino a renderla l'unico elemento esistente nell'inquadratura. Ciò che Costa esibisce, dunque, non è tanto l'arte - cinematografica o musicale - quanto la poiesi - il porsi e il farsi - dell'arte, e la cosa folgorante di Ne change rien è che questa poiesi artistica, quest'arte embrionale, in fase di sviluppo è già di per se stessa arte concreta, se non addirittura compiuta. John Dewey, in linea con la sua filosofia pragmatista, elaborò una concezione estetica secondo la quale il fine, cioè l'opera d'arte, non è distinta dal mezzo che s'impiega per realizzarla, che è sia la creatività dell'artista che il materiale (la voce, la mdp) utilizzato; in questo senso, la pellicola di Pedro Costa si orienta in una direzione pre-artistica, in cui l'arte si va facendo, per far emergere l'essenza stessa dell'opera d'arte dall'opera d'arte, essenza che è l'arte, ovverosia l'evento a cui la singola opera partecipa nel momento in cui si fa opera d'arte. È una riflessione intima, quella proposta da Pedro Costa, paragonabile soltanto a quella attuata da Pereda in Todo, en fin, el silencio lo ocupaba (Messico, 2010, 62'), dove però la posta in gioco era ben altra, ed è una riflessione intima nel senso che non coinvolge soltanto l'interiorità di Costa in quanto persona ma pure - e soprattutto, direi - di Costa in quanto regista; quando Croce sosteneva che l'arte fosse fondamentalmente forma e che, come tale, fosse puramente interiore e non avesse quindi nulla a che fare con l'estrinsecazione in opere, di fatto non faceva che ammettere una cosa, e cioè che l'arte non si trovi altrove se non l'interiorità dell'artista, che può, sì, materializzarla in un dipinto o in un film ma che, se non così non facesse, di certo non caverebbe all'arte il proprio statuto ontologico: ecco, Costa fa sostanzialmente questo, si pone prima dell'opera, prima della sua materializzazione per scovare l'interiorità dell'artista, che è il luogo, la caverna in cui sonnecchia e vive l'arte. Così, l'opera d'arte viene svelata nella sua intimità, che è, sì, di essere un'opera d'arte ma in quanto opera dell'arte, e la cosa magnifica è che scoprendo questo retroterra dell'arte musicale Costa mostra un territorio prettamente cinematografico, perché il non-ancora-musica è la musica del cinema: è l'ἀλήθεια di cui parlava Heidegger, nel suo essere al contempo velatezza e svelamento (in questo caso velatezza della musica e svelamento del cinema, colto in quella che si potrebbe definire l'immagine del cinema, intendendo con ciò un analogo cinematografico dell'immagine del pensiero deleuziana). Si ricorderà quando Epstein, in visita a degli studi di registrazione del suono a Londra, si lamentava del fatto che la musica, nel cinema, non fosse mai immanente, propria del cinema ma fosse come un qualcosa d'altro rispetto a esso o, più banalmente ancora, un suo pleonasmo, e si resterà dunque afasici nel veder tradotto il non-ancora-musica in una musica specificamente cinematografica. Insomma, Pedro Costa fonde teoria e pratica del cinema, rinvenendo in questa strana sintesi alchemica un oggetto anomalo e ammaliante, che è appunto Ne change rien: un film fondamentale, di quelli da vedere a tutti i costi per aver più chiaro l'odierno baricentro in cui convergono le potenzialità cinematografiche, che si ritrovano infine sprigionate nel successivo lungometraggio del portoghese, Cavalo dinheiro (Portogallo, 2014, 104'), il quale è a tutti gli effetti una delle opere più grandi della storia del cinema proprio in quanto ritrova nella pellicola del 2009 il sostrato che lo fonda e lo fa essere.

2 commenti:

  1. Ti ringrazio per avermi fatto scoprire quest'opera, così a caldo ti dico che l'ho apprezzata più dal punto di vista cinematografico che da quello delle dinamiche musicali.
    Bellissimo il bianco e nero, fondamentale per eliminare lo spazio e far posto al tempo, un tempo che si materializza attraverso una musica in fase di costruzione, la composizione è un viaggio indietro e avanti nel tempo, a ogni viaggio ritorni mutato.
    Ma le dinamiche di gruppo sono molto edulcorate, è tutto troppo "facile", infatti per me la parte migliore è quella della lezione di canto lirico, in cui viene accennata la frustrazione della cantate, ma rimane tutto troppo nel personale, non vengonoma esteriorizzati questi sentimenti; non è presente una fase fondamentale, lo sontro che porta alla creazione o alla distruzione. Ma il vero protagonista del film non è il gruppo ma ben si il tempo, che diventa materia.

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    1. Hai ragione, il protagonista del film è il tempo, tant'è che l'intera pellicola è costruita su situazioni ottico-sonore pure che non lasciano - letteralmente - spazio. Onestamente, però, non ho trovato facili le sequenze "di gruppo", ma devo dire che già dalla prima scena mi ero abbastanza "annullato" e, insomma, è stato tutto molto omogeneo e indistinto che a momenti manco facevo caso al soggetto dell'inquadratura, perché, appunto, mi sembrava tutto molto fluido, un'unica energia profusa nell'arco dell'intero film.

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