Boyhood


È un brutto film, Boyhood (USA, 2014, 164'), cioè fa proprio schifo. Non ho voglia di panegirici, e credo non ce ne sia nemmeno il bisogno, per un film simile. Specie se si considera il fatto che sia stato girato dal figlio adottivo del più grande e forse unico regista di sempre, James Benning. Certo, non che il trascorso del regista facesse sperare in chissà quale capolavoro, però, ecco, non c'è nemmeno più quel tentativo che, per quanto non riuscito o mal riuscito, teneva a galla, per esempio, Before Sunset - Prima del tramonto (USA, 2004, 77'), che aveva almeno il merito di essere interamente costruito sul prototipo deleuziano della bal(l)ade. Che cosa resta, dunque, in Boyhood? Di fatto, nulla che vada al di là della classica narrazione à la Franzen, dove il paesaggio è segnato da un'americanità sconcertante e radicale, per cui si soffre un po' ma poi, tutto sommato, va bene. E va bene per il fatto che Boyhood non sia un film impegnativo ma voglia in qualche modo arricchire lo spettatore, che senza sforzo può appunto uscire soddisfatto dalla sala: soddisfatto per non aver speso energie e non aver con ciò perso nulla, e non per aver profuso energie in qualcosa che avrebbe potuto - ma anche no - offrirgli qualcos'altro, come per esempio una diversa prospettiva, cosa che solitamente l'arte fa; al contrario, si viene trascinati in un Bildungsroman dove tutto è cliché, ripetizione, cioè differenza senza concetto, e dove pure la regia fa il possibile per sottolineare il grado di ricorsività dei temi trattati; è quel che accade, per esempio, nel finale, quando la mdp si pone all'altezza del protagonista costituendo un ideale piano d'immanenza nel momento stesso in cui lo spettatore dovrebbe identificarsi colla riflessione su cui è imperniato il film, e cioè che non si colga mai l'attimo ma che sia questo a cogliere noialtri. Cioè, grazie al cazzo. O come quando le inquadrature si fanno strettissime al fine di mostrare l'affinità e a volte l'amore che intercorre tra due personaggi per poi distanziarsene quando questi sono in via di separazione, quasi che si fosse partecipi solo nella gioia e mai nel dolore. Insomma, che fa Linklater? Stende un dramma a lieto fine su una serie di argomenti piccolo-borghesi come per esempio la problematicità di vivere con i genitori separati, il bullismo, la difficoltà di integrarsi in un ambiente sociale, la violenza contro le donne etc., spolverando il tutto con una buona dose di patetiche filosofie spicce che dovrebbero fungere da punti di raccordo di una vita, troppo generica e caricaturale per poter presentarsi in tutta la sua potenza esistenziale. A ciò, però, aggiunge qualcosa come dodici anni di riprese, condensate in poco meno di quaranta giorni, per far sì che i personaggi del film invecchiassero realmente e non dovessero perciò essere sostituiti, in modo da far aderire la vita al cinema: e sticazzi? Con ciò, Linklater non fa altro che ancorare ancor di più la sua pellicola al personaggio, disancorandola, così, al cinema, alla sua più specifica potenza espressiva, che non è - chiaramente - quella (teatrale) del personaggio, poiché quest'ultima è veicolata appunto dal personaggio e non dal cinema. Cosa resta, allora, del cinema? Nulla, solo uno strascico di qualcosa che avrebbe potuto essere ma che alla fine non è stato, e in questo senso vien da pensare a Linklater, il cui mentore (lo si ripete perché è sconcertante) è James Benning, come alla madre del protagonista, che passa in rassegna una serie di mariti uno dei quali è un macista figlio di puttana che ha fatto servizio in Iraq (tra l'altro, solo io ho trovato imbarazzante quando, parlando della sua missione in Iraq, mostra come in verità esistano delle truppe statunitensi che tentano davvero di instaurare legami di fiducia con le genti del luogo?) e ora continua a servire il potere come guardia carceraria e l'altro è un alcolizzato psicopatico che picchia le donne (curioso, in certi casi, con chi una donna scelga di condividere la propria vita...); solo alla fine, infatti, la madre si rende conto di aver sprecato il proprio tempo, cosa che Linklater, quando si ritroverà a guardare seriamente le opere del suo mentore, senz'altro sarà costretto a fare.

11 commenti:

  1. Condivido ogni parola, senza esagerazioni è il film più brutto che abbia visto quest'anno, e tra i più brutti che abbia mai visto.

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    1. Eh, son d'accordo. Anche perché si tratta di un allievo di Benning, quindi, cribbio, la cosa fa ancora più rabbia. Credevo che alla fine il film si sarebbe stravolto, portando in luce la figura della madre e, insomma, riflettendo sulla marginalità in maniera seria e ponderata, ma alla fine rimane giusto una virgola, quella scena, prima della pacchianata finale.

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  2. io non condivido ogni parola :)

    non è mica un film perfetto, ma fare la conoscenza di Mason jr. mi ha fatto molto piacere.

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    1. Sì, però io quando guardo un film vorrei incontrare il cinema :/

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  3. ti ho citato, anche se non sono troppo d'accordo con te :)

    http://markx7.blogspot.it/2014/11/boyhood-richard-linklater.html

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    1. Sei più intellettualmente onesto di me >.<

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  4. Stupisciti... anche se non così cattivo, concordo sul fallimento del film - che per me è parziale, comunque, dato che un paio di momenti li ho apprezzati. E la riflessione sulle truppe in Iraq l'ho fatta pure io XD

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    1. Sì, poi pensi che 'sto qua ha frequentato Benning e capisci che non si tratta solo del fallimento di un film.

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    2. Di Benning purtroppo so quasi nulla - mea culpa.

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  5. Sottoscrivo, in qualche modo. Inoltre ho pensato che la medesima operazione di Boyhood si potrebbe fare anche con la soap Beautiful ma probabilmente con maggior emozioni.

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