BNSF


Un'unica inquadratura su un pezzo di ferrovia (echi di RR (USA, 2007, 111') ineluttabili) sperso nel deserto per oltre tre ore, e ancora non basta, perché BNSF (USA, 2013, 193'), l'ultima fatica di James Benning, è molto, molto di più, e come tale non può essere ridotto a schematizzazioni o descrizioni: è un capolavoro, inequivocabile, ed è un capolavoro non solo perché non si limita ad esprimere quel cinema dell'immanenza che, sprigionato in Ten skies (Germania, 2004, 102'), ha successivamente trovato in One way boogie woogie (USA, 2011, 90') un proprio fondamento ontologico, ma anche e soprattutto perché con esso James Benning fa qualcosa che, date le proporzioni, in Nightfall (USA, 2012, 98') si trovava solo accennato, e cioè ridare il cinema, se questo fosse già stato dato.  Si è spesso detto che il cinema crei una realtà, ma cosa crea il cinema? Il cinema è fondamentalmente infondato, e se la filmografia di Benning culmina – almeno per ora – in un'opera somma qual è BNSF allora, forse, c'è da preoccuparsi, perché è proprio Benning, settantuno anni e una vita letteralmente sacrificata al cinema, a prendersi non l'onore ma l'onere di restituire il cinema al cinema, ed è superfluo ricordare che noi, ancora una volta, dovremmo essergli grati (anche) per questo; la macchina fissa di Benning, infatti, non tende tanto a rappresentare e ripresentare un fazzoletto di desolazione su cui spiove, incombente, un cielo pressoché terso quanto, piuttosto, ad affollare quello spazio con una visività che lo porta ad essere potenzialmente ovunque, fattualmente visibile: intatto, in questo suo immacolato essere scoperto. L'occhio è così finalmente libero di spaziare nell'inquadratura, per l'inquadratura, arrivando persino a portare il fondo-campo in primo piano, perché, tanto, è sempre lì, facendolo addirittura collimare col primo piano che lo definisce e che è a sua volta definito da esso, cioè dal fondo-campo, e solo di tanto in tanto un treno spezza la monotonia, tracciando, dal fuori-campo, una linea che collega ciò che l'occhio aveva già collegato, cioè fondo-campo e primo piano. Si tratta dunque panismo? Senz'altro, ma di nuovo non basta. Col suo strutturalismo radicale, infatti, Benning sfonda la realtà mediante il geometrismo che le è proprio ma che emerge direttamente (ed esclusivamente, forse) da una particolare angolazione della mdp: è cinema, ma è cinema la realtà stessa, quella che Benning riprende, ed è cinema nel momento in cui permette un'inquadratura che, nell'atto di essere restituita sullo schermo, la realizza e la autentica; quel fazzoletto di deserto, infatti, non sta in nessun luogo, ed è grazie al movimento di qualche treno che diventa spazio, perché solo la quarta dimensione, quella del tempo, può dare rilievo, spessore all'immagine, rendendola tridimensionale, e, di fatto, l'intera operazione di Benning si risolve in quest'incredibile, quanto commovente, creazione di una realtà che è tale solamente nel cinema, prima dentro la mdp e poi sullo schermo, quindi nell'intimo dello spettatore, la cui psicologia è infine annientata dalla consapevolezza, istantanea e scabrosa, di non essere altro che un punto sulla perpendicolare sulla quale s'intrecciano schermo e proiettore: anche lui, come l'immagine cinematografica, non è altro che un casuale rapporto di spazio e tempo senza alcun sostrato soggiacente e materico. Cinema dell'immanenza, quindi. Ma un cinema dell'immanenza che non è né quello di Ten skies né quello di One way boogie woogie, o meglio è sia l'uno che l'altro ma con l'aggiunta di qualcosa, e questo qualcosa, come si è visto, è un'impressione ulteriore che rende BNSF un'opera cinematografica coraggiosa e necessaria. Coraggiosa perché mostra l'ineluttabilità, la necessità del cinema e necessaria per lo stesso, identico motivo: perché abbiamo bisogno del cinema - non del cinema della realtà ma della realtà del cinema - e di tutte le sue potenziali implicazioni eversive e sovversive per determinarci, per scoprire che, in fondo, chi siamo. Chi siamo? Siamo dove siamo, come l'immagine cinematografica, che è ripresa, creata e ridata. Ecco la straordinarietà di BNSF: con esso, James Benning, che – guarda caso – torna là dove il cinema è nato, vicino alle rotaie di un treno, ha creato il cinema, non la sua necessità. Quella c'era già prima, e Benning, nel risolverla in quel movimento che finalmente ritrova in un'identica essenza l'immagine cinematografica e la corporeità dello spettatore, è più un martire che un eroe. Rendiamogli onore.

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