Arraianos


Fremiti. Arraianos (Spagna, 2012, 70') è un film fatto di fremiti ed è fremito esso stesso, sparso, ma sarebbe meglio dire disperso, per quei boschi galiziani perennemente permeati da una nebbia che ammanta ogni segreto, e in un certo senso la stessa pellicola di Eloy Enciso è un segreto, che come tale non emerge ma rimane incagliata tra le fronde degli alberi, ora (finalmente?) brucianti. E tutto vibra, sì, ma perché trema: è tutto tremante, scardinato - in una parola, incantevole. Incantevole perché Enciso, di fatto, non tenta il cinema, non cerca, con un'inquadratura, di estetizzare una realtà per renderla cinematografica ma, al contrario, porta il cinema in quella realtà, e il suo compito, di fatto, si riduce (si fa per dire) a rendere il cinema il più aderente possibile a quella determinata realtà. Perché? Perché forse il cinema è finito o, quantomeno, da ripensare, e ripensare in quanto realtà ripresa e ricreata (a volte) sullo schermo. Almeno il cinema documentario. Del resto, se il cinema crea una realtà, che statuto ontologico possiede il documentario? Arraianos presenta così un villaggio situato nei boschi della Galizia in perfetta sintonia con l'ambiente circostante, una sintonia che è quasi una comunione e ricorda un po' quella di El cielo gira (Spagna, 2004, 115'). Le persone che lo abitano, per esempio, sono colte in una fissità che richiama quelle degli arbusti, e le parole che esprimono sono come favole e miti millenari che risplendono di luce atavica. Come può la mdp entrare in quelle zone senza contaminarle? Dev'essere un cinema di soppiatto, quello di Enciso; pena, la menzogna dell'arte, l'ipocrisia estetica. Il regista della Zeitun, però, riesce - direi eroicamente - nell'operazione di restituire una realtà la cui omeostasi è tutto ciò che conta nella pellicola e, anzi, tutto ciò che in fin dei conti emerge davvero, il che è pazzesco, davvero; l'operazione, naturalmente, non può che riuscire se non in via eminentemente analitica, quasi lasciando cioè la mdp in balia degli eventi e non, come purtroppo accade in molto cinema, gli eventi in balia della mdp. Piano-sequenza a macchina fissa, dunque, la fanno da padrona, e tutto è così veicolato in vista di una contemplazione mediante la quale lo spettatore è in quei luoghi: trascende il cinema per essere in quei luoghi, realizzando così il cinema in tutta la sua potenzialità. Viene in mente, a questo proposito, l'altro grande regista della Zeitun, Lois Patiño, che con Costa da morte (Spagna, 2013, 81'), sebbene in tutt'altro modo, è riuscito ad esprimere le potenzialità del cinema facendolo aderire alla realtà da documentare. Evidentemente le speranze che abbiamo finora riversate nel cinema non sono del tutto sciupate. Ad maiora.

2 commenti:

  1. Ciao poor, ho da poco visto questo capolavoro e ti ringrazio perchè grazie a te e al tuo blog sto scoprendo un cinema che va oltre, un cinema che è vera Arte. Comunque, leggendo la tua breve ma esaustiva recensione mi è saltato all'occhio l'accostamento al Costa da morte di Patino, regista che stimo moltissimo avendo visto i suoi "Montana en sombra" e "La imagen arde".
    "Costa da morte " è così salito rapidamente in cima alla mia lista, ma data la scarsa rintracciabilità, volevo chiedere il tuo aiuto nel reperirlo.

    Ciao e grazie.

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    1. Scrivimi per mail: talkinmeat@gmail.com.

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