Alberi



Nella Lucania di de Martino, un culto ancestrale supera le barriere del tempo, abbattendo il tempo stesso: il culto dei romiti o uomini-albero, mendicanti che si ricoprivano d'edera e, con un bastone alla cui estremità era legata una pianta di pungitopo o un fiore di ginestra, battevano alle porte del paese per ricevere elemosina. È un culto alboreo, che pare affondi le proprie radici già in età medievale, ed è come se Michelangelo Frammartino lo restituisse al tempo senza per questo dargli tempo; Alberi (Italia, 2013, 28') è infatti un film sospeso nel tempo, in quella zona liminare che è il cinema, la cui attualità è il passato del ripreso, di ciò che è stato ed è solo in quanto tale, cioè passato che si ripresenta: è il potere del cinema, e in fondo non è che la sua stessa essenza. Il regista milanese opera così una sorta di elegia culturale, e la grandezza del suo cortometraggio sta tutta nel fatto di essere prima ambientale che culturale, ritrovando così l'identità di Satriano in un elemento che non può che essere presente: lo spazio. Attraverso carrellate lentissime e lunghi piano-sequenza a macchina fissa, Frammartino invita lo spettatore a immergersi nella natura incontaminata, dalla quale emergono, appunto, i romiti, custodi di uno spirito che, se di primo acchito può apparire semplicemente ecologico, diviene poi ecosofico, perché nel suo farsi la determinazione ecologica si riversa subito nel sociale, nel culturale, quindi nel soggettivo e nel mentale. Non si tratta solo di pensare l'ambiente ma anche di pensarsi nell'ambiente e con l'ambiente, poiché è l'ambiente che a conti fatti determina la propria realtà culturale, sociale e mentale; si direbbe dunque che Frammartino, con Alberi, compia davvero un'operazione di ecosofia, almeno nei termini in cui la definisce Guattari (cfr. Le tre ecologie), e ciò è palese sin dalla forma con la quale si presenta la sua installazione, visto che essa mostra dapprima la natura, poi un paese, apparentemente staccato da essa, e infine l'entrata in paese dei romiti, i quali congiungono indissolubilmente il sociale con il naturale, creando una relazione che, pur essendo esterna ai due termini, li definisce e li determina entrambi. Alla macchina capitalistica dell'inquinamento e della metropoli, Frammartino oppone dunque il recupero di un rapporto esistenziale e individualizzante con l'ambiente, quell'ambiente da cui traiamo origine (i romiti vivono nella natura) e che ci condiziona (l'entrata in paese dei romiti), ed è in ciò che Frammartino scardina il tempo, perché alla perdita di un culto che identificava un paese sostituisce l'attualità dello spirito di quel culto, ovverosia la natura, che è eternamente presente e dalla quale può essere recuperata l'identità stessa di Satriano. 

2 commenti:

  1. Se ti chiedo come guardarlo, mi insulti?

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    1. No, te lo passo, ma devi scrivermi per mail: talkinmeat@gmail.com.

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