Ah, liberty!


Gettiamo un rapido sguardo alla produzione di Ben Rivers, composta prevalentemente da cortometraggi, quindi riflettiamo sul culmine di questa produzione, A spell to ward off the darkness (Francia/Germania/Estonia, 2013, 95'), girato assieme all'amico Ben Russell, già autore dell'epocale Let each one go where he may (USA/Suriname, 2009, 135'). Notiamo senza questo: i film di Rivers sono come tante fibre che vanno a comporre un unico filo, che è la libertà; tutta la filmografia di Rivers, infatti, non è che un insieme di punti stocastici che inevitabilmente formano una massa globulare che li trascende e li relaziona l'uno con l'altro: dall'ascetismo di Jake Williams in Two years at sea (Inghilterra, 2011, 88'), tra l'altro già abbozzata in This is my land (Inghilterra, 2006, 14'), alla negazione della negazione di tre diverse forme di emancipazione in A spell to ward off the darkness, tutto converge in una ricerca della libertà che è tensione verso la libertà, quasi questa fosse una sorta d'indeterminato che non si raggiunge ma cui ci si può avvicinare progressivamente. Lungi però dal considerarla in termini puramente metafisici come invece fa Yulene Olaizola in Fogo (Messico, 2012, 61'), Rivers, nell'arco di tutta la sua filmografia, presenta la libertà come un incondizionato concreto, la cui necessità è intrinseca all'essere umano in quanto tale e dunque lo definisce; in questo senso, Ah, liberty! (Inghilterra, 2008, 20') pone le basi materiali di questa «tensione verso», palesando, di fatto, la libertà. Come? Situazionalizzandola. Rivers non si comporta come il Pat Collins di Silence (Irlanda, 2012, 84'), che presenta situazioni di silenzio, ma, con un movimento che ricorda quello praticato da Gideon Koppel in Sleep furiously (Inghilterra/Galles, 2008, 94'), mostra la libertà lì dov'è presente, non collezionando situazioni tra loro eterogenee da cui potrebbe emergere o da cui in effetti emerga la libertà ma identificando ogni situazione con la libertà stessa, che allora è concreta, materiale, immanente: è fottutamente oltre, Ben Rivers, e il suo cinema non è che un tentativo di esprimere quest'oltre, quest'altrove. Naturalmente, per esprimere un altrove bisogna definire la propria località, quindi collocarsi, sì da poter discriminare, rispetto al «qui» presente un «» ugualmente presente, ma la cui presenza è determinabile soltanto come altra, perché nel momento in cui si raggiunge quel «» ci si ritrova già in un altro tempo: è ovunque il presente, nel mondo, ma se qui, ora, è giorno, dall'altra parte dell'emisfero è notte. L'operazione che Rivers compie con Ah, liberty!, allora, consiste fondamentalmente nell'indicare un «lì» da «qui», il che è possibile attraverso il cinema. Il cinema, nella sua forma, è il «qui» da cui indica, e perciò è immanente, ma il cinema presenta un «lì» che è la sua sostanza e va quindi inevitabilmente a configurarsi, il cinema, come espressione del marginale: il cinema è il margine, e, se qui la società impedisce la libertà, lì la libertà porta a bruciare i mobili, che non sussistono nemmeno più come frattaglie societarie quali le aveva mostrate Antonioni in Zabriskie point (USA, 1970, 110') ma diventano altro e si smaterializzano, cenere al vento, e si manifesta nella solidarietà di due bambini nel momento del bisogno o in un'auto senza portiere che corre nel fango inseguita da un cane. È l'altrove della libertà, che possiamo esperire attraverso il cinema e che si mostra con un'immagine corrotta dal tempo, come sarà, per esempio, quella di Metamorphosen (Germania, 2013, 84'), perché anche Ah, liberty!, in fondo, non è che un reperto archeologico, uno scacco al tempo che, in contrasto con esso, fa riemergere una libertà che nel presente è data solo in quanto possibilità: Jake Williams e Robert A.A. Lowe (Lichens) fruiranno di queste possibilità, ma saranno appunto possibilità di libertà, forse situazioni, ma mai realtà concrete, piene di libertà. Questa è un residuo temporale, qualcosa, come si diceva sopra, che è andato perduto, tant'è che Rivers intitola la pellicola Ah, liberty!, e in ciò sentiamo tutto l'afflato di malinconia che emerge dalla constatazione che, sì, la libertà esiste, ma è lì, irraggiungibile o infinitamente raggiungibile, e a noi non è data - in concreto - che la nostalgia di essa.



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