Age is...


L'ultima pellicola di Stephen Dwoskin, Age is... (Francia, 2012, 75'), affronta un tema così intimo da ritrovarsi esclusivamente nell'Altro, come riflesso e incarnazione: ci sentiamo vecchi, ma solo considerando l'Altro, guardando il nostro vicino di casa, o nostro nonno, la vecchiaia assume una connotazione definita e concreta, tant'è che arriviamo a sentirci vecchi quando sentiamo di assomigliare al vicino di casa o a nostro nonno; ciononostante, lungi dall'essere uno stato mentale, la vecchiaia è una manifestazione del nostro essere, del nostro corpo che muta - e noi con esso. Il film di Dwoskin, che scaturisce da una lettura de La terza età di Simone de Beauvoir, non è che questo: un'introspezione estroflessiva, l'unico possibile modo per determinare e riflettere sulla vecchiaia, riflettendosi in essa. Dwoskin, in tutto ciò, non s'intromette, e lascia le immagini come in balia di un vento anarchico, sicché l'esperienza dello spettatore è genuina, autentica, soggettiva, non veicolata da predeterminazioni autoriali colle quali il regista avrebbe inevitabilmente sottratto l'immagine allo spettatore per restituirgliela con un surrogato che in sé sintetizza l'immagine e l'idea che l'autore ha di quell'immagine; in questo senso, Age is... non riporta la ripresa di una realtà bensì una realtà ripresa, quindi non c'è niente all'infuori di esso e tutto ciò in esso esiste sussiste in esso: puro cinema dell'immanenza, che esclude, come tale, ogni possibile afflato di trascendenza. Un mio amico, Maurizio Marras, a questo proposito ha detto che le immagini «dall'immanenza passano al trascendente». Ha detto: «Age Is... è un'opera, come tutto Dwoskin, di sofferenza, sul corpo e sul suo decadimento. È un cinema di carne, tattile, perfettamente immanente. Mostra il dolore qui e ora, ma a cosa punta? Punta ad un mistico, non punta a cercare "il pane", ma a spiegarsi ciò che non si può vedere. Age Is... è fodamentalmente un trattato sull'ultimo momento, sul  quando ci dovremo trovare a dover fare i conti davvero con la fine, e, se se ne prende coscienza, ci si atterrisce. E Dwoskin dice di voler baciare la luna, qualcosa di lontano, di ineffabile...». In effetti, ha ragione, salvo per il fatto che tenda a identificare quel mistico in una sorta di trascendenza che supera, si pone in un altro piano rispetto le immagini. Ora, sappiamo bene che il cinema è, banalmente, immagine in movimento e che la sua specificità è la visività; non c'è nient'altro. Il mistico di cui parla Marras, dunque, o appartiene al cinema, e quindi risiede nella sua specificità, oppure non appartiene al cinema, e in questo caso è qualcosa d'altro, di collaterale forse, comunque non inerente al discorso cinematografico; tuttavia, come dice lo stesso Marras, le immagini «dall'immanenza passano al trascendente», sicché il trascendente è intrinseco a esse. Cosa cambia? Com'è possibile un trascendente in un cinema dell'immanenza? Di fatto, con lo sguardo dello spettatore. Il mistico cui si giunge non è che questo: la sintesi dello sguardo spettatoriale e dell'immagine che autorizza questo sguardo, il che è garantito dal fatto che Dwoskin, appunto, non s'intrometta nella relazione e lasci l'immagine su un piano d'immanenza nel quale l'immagine sussista in sé; successivamente, l'immagine penetra, assieme alle altre, nello spettatore, e nell'intimità dello spettatore le immagini interiorizzate sono come distorte, pervertite, caricate di senso, senso che, sì, è il trascendente, perché non appartiene esclusivamente alle immagini ma è dato dalla sintesi di esse nell'intimo dello spettatore, che, appunto, le assimila, modificandole, ma è un trascendente che sta sul piano d'immanenza dell'immagine e che potrebbe essere equiparato a quel vapore che sale la mattina dalle zolle di terra appena arate. In questo modo, l'oggettività del film permette una soggettività, ed è infine questa che, giustificata dall'oggettività di fondo, rende Age is... quell'introspezione estroflessiva di cui si parlava sopra, ed è soprattutto per questo che, come Rivolta e rassegnazione di Améry, Age is... è un'opera che funziona, perché, appunto, pone la vecchiaia come una manifestazione del nostro essere che si può scorgere solamente sulla pelle di qualcun altro o sul telo di uno schermo cinematografico.

4 commenti:

  1. Ciao, sono Marco. Non vorrei disturbarti ma volevo soltanto avere la conferma che la mail ti fosse arrivata...è che, negli ultimi giorni, ho avuto qualche problema con la rete internet. Ciao.

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    1. Ciao, sì, scusami, la mail è arrivata; avrei voluto risponderti coi film pronti, ma la vedo difficile. Oggi riprovo, mal che vada ti rispondo e i film te li farò avere non appena torno in Italia (sabato o al massimo domenica).

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  2. Ok ok, era giusto per avere una conferma. Tranquillo per i film, d'altronde sei tu che stai facendomi una gentilezza. Ciao e grazie di tutto.

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    1. Ora dovrebbe esserti arrivato tutto + 1.

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