Where are their stories? (¿Dónde están sus historias?)



La prima pellicola di Nicolás Pereda, ¿Dónde están sus historias? (Messico, 2008, 73'), è programmatica di ciò che sarà la filmografia del regista e forse anche anticipatrice di molti elementi che saranno rivelati soltanto nelle sue ultime opere, come per esempio Los ausentes (Messico, 2014, 80'), il capolavoro del messicano, dove l'astrazione dell'umanità dall'essere umano è in un certo senso concretizzata in quei campi lunghissimi dentro i quali l'individuo si perde ed è tutt'uno con la natura che lo sovrasta, cosa che già in questo primo lavoro accade e sarà poi almeno un filino obliata in vista di una più intima comunione dell'uomo con l'ambiente circostante - quella del finale di Verano de Goliat (Canada, 2010, 76'), per intenderci - realizzata attraverso inquadrature strettissime e out-focus; comunque sia, a dominare ¿Dónde están sus historias?, nonché filo conduttore dell'intera opera del regista, è già il silenzio, quel silenzio cui Pereda dedicherà il suo manifesto, Todo, en fin, el silencio lo ocupaba (Messico, 2010, 62'), e che da ¿Dónde están sus historias? a Los ausentes significherà sempre e soltanto una cosa, ovverosia univocità, intesa come funzione capace di intersecare in una nuova ed originale unità caratteri eterogenei e, se si vuole, anche contrastanti o contraddittori: la malattia della nonna di Vicente, il tentativo di espropriazione del terreno della madre di Vincente, la frenesia ermetica della burocrazia sono elementi tra loro dissonanti e discordanti, che trovano nell'esaurimento l'unica soluzione apparente, e se Pereda, qui, ha ancora in mente un cinema fortemente ancorato alla trama, quindi un cinema di superficie sotto il quale ribollono antagonismi sociali che emergono direttamente dalla realtà messicana, non tarderà poi molto - e, anzi, viene già abbozzato in questa pellicola, specie nelle sequenze incentrate sul lavoro nei campi - il momento in cui contenuto e forma aderiranno completamente, e l'abile lavoro di sottrazione tipicamente minimalista che Pereda già opera sulla messa in scena si riverserà sulla trama, la quale a sua volta si asciugherà di tutto e resterà spoglia, identica solamente a se stessa, univocità che ha immediatamente in sé il problema e la sua soluzione, che altro non è, tra l'altro, se non la sua scomparsa, il suo inebetito porsi che è anche un negarsi. Ecco, sebbene tutto ciò sia già più o meno - e retrospettivamente - presente in ¿Dónde están sus historias?, bisognerà attendere almeno Juntos (Messico, 2009, 73') per una più completa formulazione di certe dinamiche; certo è, però, che già da ora Pereda mostra quale sarà la strada battuta dal suo cinema, ed è una strada eminentemente cinematografica, che ha a che fare col silenzio delle immagini: pescando a piene mani dall'insegnamento di Bresson e di Antonioni, infatti, Pereda affida la narrazione all'immagine o, meglio ancora, alla visività, ed è a questa in ultima istanza che bisogna affidarsi per penetrare a fondo nelle opere di Pereda e soprattutto è a questa che apre il silenzio così calcato nelle pellicole del messicano, a una contemplazione che è propria dello spettatore cinematografico in quanto tale. Senz'altro, si dirà, la visività richiede il silenzio in ogni arte, dalla pittura alla scultura, ma queste formano opere di per sé mute, mentre il cinema ha in sé un sonoro che differenzia la sua visività da quella, per esempio, di un dipinto, e la grandezza di Pereda sta appunto nell'aver saputo ridurre il sonoro cinematografico a un anticamera del visivo, fornendo in questo modo un chiaro fondamento ontologico al cinema contemplativo.

2 commenti:

  1. Almeno questo sono riuscito a vederlo: su "O Barao" e "Les Eclats" che mi dici?... ;)
    Comunque bello, credo mi sia piaciuto anche più di "Juntos", nonostante sia stato realizzato prima, perchè come giustamente appunti, l'impronta guida del successivo operato di Pereda si nota, eccome. Direi in maniera maggiore che in "Juntos". Certo è, che i finali tagliati con l'accetta sono ormai il suo marchio di fabbrica, anche se il migliore per me resta quello di "Verano" IMHO... Le penultime sequenze comunque sono la ciliegina sulla torta (il fermo sulla scala a chiocciola e la donna che piange in bagno), lì ci va giù alla grande. Bravo Pereda!

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    1. "Les eclats" è immenso, come al solito per quanto riguarda Sylvain: c'è poco da fare, siamo di fronte al più grande regista vivente, assieme a Benning - pochi dubbi e poche chiacchiere a riguardo. "O barao", ora, si trova anche sottotitolato in italiano se ti interessa, e pure quello è un gran film, anche se forse le nostre aspettative erano tutte sbagliate. Per quanto riguarda questo film, anch'io lo preferisco a "Juntos", mi sembra "più naturale" o qualcosa del genere. Certo è che Pereda, in pochi anni, ha raggiunto vette insperate...

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