Wadley


È un'epifania continua, Wadley (Messico, 2008, 60'), che trova nella reiterazione di un che magico, mistico e fulgente - si direbbe quasi talismanico - la propria incredibile e inesauribile potenza, ed è quindi un perenne sprigionare questa potenza, il fluire di Wadley, il cui oggetto ricorda da vicino quella libertà che si confonde con la solitudine - e che forse proprio da questa solitudine trova un proprio statuto ontologico - dell'esordio di Lisandro Alonso, La libertad (Argentina, 2001, 73'), da cui pure si discosta, perché laddove il viaggio di Alonso assume un'impostazione radicalmente materiale, immanente, quello di Matias Meyer, futuro autore del più grande western di tutti i tempi, Los últimos cristeros (Messico, 2011, 90'), contrasta con se stesso e prende colorazioni più allucinogene, psicotrope, ipnotiche; la visione Wadley è così realmente una visione, e il viaggio che il regista propone al pubblico più paziente e disciplinato è qualcosa che si slancia subito nel metafisico, quasi fosse una bal(l)ade compiuta sotto l'effetto del peyote. Il minimalismo e il lato più contemplativo della pellicola, paragonabili, anche per ragioni di minutaggio, a un film di Pereda come per esempio Los ausentes (Messico/Spagna/ Francia, 2014, 80'), tanto per citare il suo capolavoro, fanno da contorno a tutto questo, e in un certo senso sono le condizioni di possibilità di questa particolare bal(l)ade: «Quando si va fuori e si osserva, possono accadere cose magiche» dice Meyer, «e con Wadley io voluto rompere tutte le regole». Istinti contemplativi e volontà anarchiche, dunque, sono la base del lungometraggio, che nel suo procedere arriva a toccare vette altissime, specie nei ralenti finali, dove l'effetto di estraniazione e, ovviamente, di contemplazione si palesano in tutta la loro angosciante, libera ed emancipatrice gioia, e il bello è che tutto ciò, pur trascendendo radicalmente il territorio da cui questa gioia emerge, interpreta il territorio come una cartografia serrata, chiusa, oclofobica e maledetta che è necessario lisciare, forsennare, schizofrenizzare, e Wadley non è che questo tentativo di libertà, concretizzato attraverso un'allucinogena creazione territoriale che è intrinseca al territorio che - e da cui si - emancipa.

6 commenti:

  1. La parte notturna è splendidamente senza controllo ed ha la sua vetta - o, almeno, in quel momento il mio rapporto col film s'è elevato a potenza - nell'immergersi dell'uomo nell'ombra nera della natura che lo circonda - ogni elemento mantiene la sua essenza singolare eppure è tutto in un'armonia perfetta.
    Un rapporto simile non sono riuscito a stabilirlo con Los últimos cristeros, purtroppo: l'ho trovato addirittura fastidioso in alcune inquadrature, fin troppo ricercate (termine inadatto, ma spero mi si capisca) - al limite della disonestà. Sicuramente è un mio problema: non sono riuscito a viverlo attivamente.

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    1. Mah, credo siano film che richiedano, ricercano e facciano emergere due esperienze completamente diverse. Sono entrambi film molto politici, ma da una parte c'è come una liberazione del soggetto dal soggetto che ricorda, per certi versi, Castaneda, dall'altra, invece, una sorta di liberazione del soggetto dall'assoggettamento (ma si rimane soggetti...).

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    2. Interessante questa distinzione. (Castaneda non lo conosco, mannaggia a me.)
      Sono d'accordo che si rimanga soggetti, in entrambe le esperienze: oggi ripensavo a Wadley ed effettivamente, alla fine del film, il giorno ritorna e ritroviamo da una parte l'uomo e dall'altra il treno...

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    3. È il cinema contemplativo, in fondo. Per non rimanere soggetti serve altro. Clipson, per esempio...

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    4. Diciamo che ne sto prendendo consapevolezza, ma ho visto così poco che non mi sento ancora pronto ad abbandonare certi spazi.
      Di Clipson, comunque, per ora ho visto i film su vimeo. Fortunatamente si trovano parecchie cose, anche su youtube!

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    5. Prima o poi li si abbandona e basta, io credo. Non è mai un addio consapevole...

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