Timber gang - Last lumberjacks (Mu bang)


Nell'immensa esposizione di titoli della sempre-sia-lodata dGenerate svetta l'incredibile Timber gang (Cina, 2006, 90'), anche conosciuto come Last lumberkjacks; il documentario di Yu Guangyi, infatti, si propone di essere una sorta di documento e memoriale, una sorta di descrizione di un'ultimità che non è soltanto lavorativa ma esistenziale: nella nevosa provincia di Heilongjiang un gruppo di boscaioli sopravvive vivendo in un'alterità con l'ambiente che è allo stesso tempo congiunzione e connubio - metamorfosi come sola condizione possibile della vita. Siamo quindi distanti anni luce dalla Cina vertiginosamente urbanizzata quale è mostrata in opere come quelle di Sniadecki, di cui si ricordano The iron ministry (Cina, 2014, 82') e Demolition (Cina, 2008, 62'), o di altri esponenti della new wave documentaristica cinese, per esempio il Lixin Fan di Last train home (Canada/Cina/Inghilterra, 2009, 87'), e in un certo senso, più che essere una sorta di rovescio della medaglia, questa realtà è l'essenza della Cina, quella profondità da cui emerge quell'altra Cina, la Cina urbanizzata che sta rendendo obsoleti determinati lavori e, di conseguenza, determinati modi di vivere. In effetti in Timber gang - Last lumberjacks si assiste a un incredibile quanto marxiano connubio di modo di produzione e di modo di esistenza, la cui perfetta aderenza e indiscernibilità risulta in un rinnovato senso dell'essere che lascia afasici e commossi: la vita, così com'è presentata nei documentari di Wang Bing, in particolar modo in Crude oil (Olanda, 2008, 840'), dove l'alienazione è palese, appare ora in tutta la sua schiettezza, schiettezza che è al contempo resistenza e resilienza nei confronti di un ambiente che, sebbene apparentemente inospitale, rende omaggio a chi lo affronta e lo abita da una parte fornendo a questi i mezzi di sussistenza per sopravvivere e, dall'altra, ponendo in essere una sorta di recinzione dentro la quale conservare le loro tradizioni. Yu Guangyi parte da qui, ed è manifesta la sua ammirazione per queste genti così com'è concreta l'angoscia che gli procura la crescente deforestazione, colpevole, appunto, di sterminare una culturalità e una cultualità (si veda il rito sacrificale del cavallo) che sono non solo della ma anche la Cina. In questo senso, Timber gang - Last lumberjacks presenta una riflessione che lo fa sconfinare dai limiti nazionali e ci riguarda da vicino, poiché il fulcro della pellicola dev'essere ricercato non tanto nella specificità dei boscaioli quanto, piuttosto, nella perdita di radici causata da un riversarsi del futuro nel presente, operazione che sfonda il passato e fa aleggiare il presente in un tempo che, una volta assolutizzato, appare svuotato e riarso. Solo così l'amarezza, che si prova sempre nei confronti dell'Altro, diventa sconforto, che si esperisce invece quando in gioco è la nostra propria persona, ed è anche per questo che la pellicola di Yu Guangyi da capolavoro diventa un'opera necessaria, da vedere assolutamente, perché, non contando più l'apparato più prettamente cinematografico (si ricorda che Yu non ha studiato cinema e ha realizzato questo documentario senza il becco di un quattrino) ma la riflessione esistenziale-culturale che esso veicola, il cinema è sprigionato in tutta la sua carica esplosiva, e se lì è fondamentalmente il cinema a entrare nell'esistenza come in Boca de lixo (Brasile, 1993, 49') di Coutinho qui avviene invece il fenomeno opposto e ad esso complementare: è il cinema a mostrare la condizione esistenziale verso la quale stiamo approdando e, anzi, alla quale forse siamo già giunti.

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