The tiniest place (El lugar más pequeño)


El lugar más pequeño (Messico, 2011, 100') è un capolavoro. Bisogna dirlo subito, perché subito ci se ne rende conto. Probabile che io abusi di questa parola, che comunque è inflazionata di per sé, ma El lugar más pequeño è davvero un capolavoro, e lo è, perché modulandosi su atmosfere prettamente contemplative riesce a farti ricordare perché dedichi tanto tempo e tanta attenzione a questo tipo di cinema, nonostante questo tipo di cinema sembra come avvolto, oggi, in una risacca che lo smorza: non basta l'ambiente per fare un film, tantomeno servono lunghi silenzi o protrarre gli istanti d'attesa e di più intensa contemplazione, perché, come si è visto a proposito di Il se peut que la beauté ait renforcé notre résolution - Masao Adachi (Francia, 2011, 74'), «rivoluzione è l'atto stesso con cui si fa cinema», sicché non si può credere di girare un film il cui paradigma sia l'art pour l'art, poiché ne risulterebbe un che di vuoto, in cui l'estasi visiva si perde e non basta; il lungometraggio della regista salvadoregna Tatiana Huezo, invece, convoglia in sé l'anima più pura del cinema contemplativo, che è al contempo arte ed esistenza, e si fa immediatamente politico: cinema che è r/esistenza. Del resto, quando si gira un film non si può non esistere, ma esistere in un senso che è totalmente altro rispetto alla vita mediocre che questo mondo ci impone: si resiste a essa, e questa resistenza è l'esistenza stessa del Cinema nel film. Seguendo questa linea di pensiero, El lugar más pequeño, non lo si può definire che capolavoro; Tatiana Huezo, infatti, veicola attraverso l'immagine cinematografica una storia che è memoria, ed è la vicenda del villaggio di Cinquera, distrutto dai militari durante la guerra civile del Salvador, e di fatto l'intera pellicola non è che un memoriale intriso dello sgomento che segue ogni perdita. Ma veicolare attraverso l'immagine un evento simile significa necessariamente porre l'immagine a un livello più alto rispetto a quella del cinema prettamente narrativo, potenziando il suo valore performativo: l'ambiente - la foresta in cui si nascondevano gli abitanti di Cinquera all'epoca della guerra civile - diventa così l'evento stesso, e per certi versi si potrebbe dire che El lugar más pequeño è una lunga riflessione su quest'ambiente, quasi una descrizione che è immediatamente e inevitabilmente narrazione, e in questo senso ricorda da vicino El cielo gira (Spagna, 2004, 115') di Mercedes Álvarez. Un esordio magnifico, quindi, che lascia afasici ed esterrefatti, quasi un testamento splendente e meraviglioso, in cui la malinconia è qualcosa di soffuso, una specie di vapore che ammanta e un po' copre, senza però distruggere, la vita, la quale riesce sempre a porsi nella sua autenticità, ma anche un esordio che, oltre a contrarre tutte le migliori speranze sulle future opere della Huezo, scaglia anche un bagliore sul futuro prossimo del cinema contemplativo.

6 commenti:

  1. sembra davvero interessante:

    https://kickass.to/el-lugar-mas-peque%C3%B1o-t9541277.html

    RispondiElimina
  2. Ho aspettato di vederlo per commentare, perchè ieri pomeriggio, appena scorto il post, sono riuscito a recuperarlo all'istante (ci avrà impiegato neanche venti minuti ;)
    L'attenzione rivolta all'ambiente, l'interazione dei sopravissuti alla guerra, con esso, è encomiabile. Ci sono immagini di straordinaria bellezza e riflessione in questo film. Ed è vero, parecchio simile al film della Alvarez, nonchè a "Metamorphosen", a mio avviso, i cui tratti "post-atomici" e quella fotografia argentea (che razza di lavoro in post!), me lo hanno fatto preferire, ma di poco, comunque... Due grandissimi docu-film!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. È un film audace, in cui senz'altro, hai ragione, c'è qualcosa di apocalittico e di definitivo, eppure anche questo qualcosa riesce ad essere scardinato da una vita che in qualche modo lo vince. "Metamorphosen", lo ricordo molto più "definitivo", senza speranza quasi.

      Elimina
    2. Hai ragione, e lo si evince in primis da come i due autori hanno operato esteticamente: infatti, nel film qui preso in esame, la devastazione della guerra riemerge attraverso le testimonianze dei sopravvissuti, ma al contempo la Huezo ci svela una Natura rigogliosa, carica di colori lucenti (anche nelle scene in notturna - vedasi l'iniziale carrellata nel bosco), nell'atto di rigermogliare come la nuova vita che attende la popolazione. In "Metamorphosen", al contrario, le radiazioni hanno reso un ambiente desertico, gelido e perennemente innevato (e la scelta del B/N è obbligata). C'è una congelazione della vita a cui quelle poche anime che popolano il villaggio sembrano aggrapparsi, sopravvivendo a stento. La speranza è quasi del tutto annullata e la sequenza del pesce che muore, ad esempio, trovo sia emblematica metaforicamente... Si, è decisamente più definitivo il film di Merz!

      Elimina
    3. Ecco, non avrei saputo dirlo meglio. Totalmente d'accordo.

      Elimina