The scavengers (Boca de lixo)


Il cinema di Coutinho è qualcosa di spossessante e incredibile. Ti sgretola, anzi non ti sgretola affatto, ma ti toglie la terra da sotto i piedi e ti fa rimanere lì, in un vuoto che ti destabilizza, che ti toglie l'orientamento. Del resto, forse è questo che dovrebbe fare il cinema, ed è quello che è riuscito a fare, tra gli altri, nella maniera più compiuta e anarchica, Sylvain George con Qu'ils reposent en révolte (Des figures de guerre) (Francia, 2010, 153') e Les éclats (ma gueule, ma révolte, mon nom) (Francia, 2011, 84'): proporre una nuova territorialità, scalzando quella cui è abituato lo spettatore, ma non per stupire o che altro quanto, piuttosto, per stabilire una prospettiva differente, in grado di scardinare quella precostituita e istituita. In questo senso Boca de lixo (Brasile, 1993, 49') non lascia scampo, e ciò è dovuto al fatto che Coutinho non sceglie di descrivere, esternamente, la realtà di chi è costretto a scavare in una metropoli di rifiuti alla ricerca di qualcosa da vendere o da mangiare, ma entra, direttamente, in quella realtà, che accoglie il cinema ed è come se si fondesse con esso. La sensibilità dimostrata dal regista si traduce quindi in una forma di onestà intellettuale e di autenticità estetica, e il fatto che Coutinho sia in fondo restio da creare situazioni plastiche tramite cui una particolare angolazione della mdp possa rendere pregevole una scena in maniera artefatta e informata così com'è lontana la sua forma di dialogo con gli abitanti del posto dall'intervista propriamente detta e più vicina, invece, alla conversazione, quindi a un qualcosa di vicino, subitaneo, diretto, che non guarda dall'alto al basso né si pone all'esterno ma implica un piano d'immanenza che coinvolge direttamente e alla stessa maniera entrambi gli interlocutori, questo fatto, questo modo d'approcciarsi all'oggetto del film non fa che accrescere al contempo il realismo della pellicola e la sua più intrinseca potenza metacinematografica, poiché Coutinho, dimostrando, appunto, una sensibilità che raramente si riscontra nel cinema, non discerne dalla realtà un oggetto da filmare ma rende la realtà stessa, in tutta la sua completezza, che è al contempo miseria e voglia di sopravvivere, l'oggetto della pellicola, tant'è che arriva a presentarsi sul posto non tanto come un osservatore ma come colui che vuole mostrare, come una sorta di veicolo attraverso il quale quella territorialità possa sconfinare se stessa e giungere nella nostra, con gli effetti di cui sopra; a metà strada tra il cinema etnografico e il memoriale politicamente orientato, Boca de lixo va così a configurarsi, parafrasando Gaber, come una sorta di bocca per un grido che sarebbe altrimenti stato silente e, conseguentemente, come un gesto di riscossa, di scuotimento delle menti intorpidite degli spettatori, che ora non hanno più scuse.

2 commenti:

  1. Finalmente l'ho recuperato. Meraviglia assoluta. Concordo al 100% con te: pellicola di un'onestà e sensibilità spiazzante. Una vera e propria testimonianza per un grido silente. In qualcosa mi ha ricordato il Man with no Name di Wang, sopratutto per quanto concerne il lavoro che Coutinho fa sulle mani dei suoi soggetti, sporche, segnate dal lavoro, con le unghie a pezzi, e poi in fondo anche quello del uomo senza nome si potrebbe considerare come un grido silente :P

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    1. Si esce inevitabilmente segnati da una visione simile. Dopo Coutinho, per me molto cinema ha perso senso e interesse. Mi fa davvero piacere che qualche altro si trovi nella mia stessa condizione.

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