Something must break (Nånting måste gå sönder)


È tutto molto etereo in Nånting måste gå sönder (Svezia, 2014, 84'), forse perché Nånting måste gå sönder, di per sé, è l'etereo, ossia un velo, una pellicola, un simulacro da cui deve trasparire qualcosa. Cosa? Si direbbe l'amore, ma non è così. Il film di Ester Martin Bergsmark non parla di amore, e anzi non si rischierebbe poi tanto a sostenere che lo svedese faccia il possibile per escludere l'amore da esso, perché Nånting måste gå sönder non è un film d'amore e, se è un Bildungsroman, allora la formazione di cui tratta dev'essere intesa in senso etimologico e ontologico, ovverosia come azione della forma ed azione che forma: dualità che si compone. È la dualità di Andreas e l'androgino Sebastian, che vivono con paura, tenerezza e rimorso il loro rapporto omosessuale, ma è anche la dualità di Sebastian, in Sebastian, che, pure, forma e informa il corpo di Sebastian e la sua relazione col mondo esterno, prima di tutti con Andreas; ecco, allora, una buona definizione per Nånting måste gå sönder: è un film-corpo. Quindi, sì, proprio di Bildungsroman - nel senso sovraesposto - bisognerebbe parlare, sicché l'etereo che a conti fatti Nånting måste gå sönder è da altro non emerge se non dalla più totale aderenza della forma (Nånting måste gå sönder appunto, ossia l'etereo) al contenuto (l'azione della forma e la forma dell'azione), e in questo modo funziona, il lungometraggio di Ester Martin Bergsmark, specie per quei semplici modi in cui delle piccole gioie e dei grandi dolori vengono esposti - gridati in faccia al mondo come nei migliori film di Moodysson, Vi är bäst! (Svezia, 2013, 102') per esempio - e, probabilmente, solo per quelli, perché a lungo andare la poetica di Bergsmark si trasforma in un'ossessione riflessiva che tende a ottundere i contorni, apparendo infine ebefrenica ed eterofoba come quella di Dolan e, come quella di Dolan, borghese, almeno sotto certi aspetti, e per quanto la raffinatezza dell'esposizione tenda come a offuscare queste pecche non si riesce, una volta ultimata la visione, a credere di aver visto qualcosa che vada al di là del porno, di quella sessualità che, come abbiamo precedentemente esposto a proposito di Chroniques sexuelles d'une famille d'aujourd'hui (Francia, 2012, 87'), non si formula con un linguaggio che le sia proprio ma è detta, parlata, (anche qui) gridata in faccia al mondo in modo volgare perché autoreferenziale, peraltro senza la carica eversiva di un porno come il dittico vontrieriano Nymph()maniac vol. I (Danimarca, 2013, 145') e Nymph()maniac vol. II (Danimarca, 2013, 123'). Il che è un peccato, davvero, un peccato che, per quanto fosse prevedibile dato l'assenso di Ester al progetto collettivo Dirty diaries (Svezia, 2009, 98'), non può che lasciare con l'amaro in bocca come già accadde per Mesa sto dasos (Grecia, 2010, 96'), perché quel profondere etereo, che permea la pellicola e rimanda, a tratti, all'illuminazione di Millennium mambo (Taiwan, 2001, 119'), lascia alquanto afasici.

2 commenti:

  1. Come disse qualcuno di nostra conoscenza: "Giuro che non avevo letto quello che hai scritto" :p
    Scherzi a parte, veramente, avevo già programmato di scriverne ieri, e sono rimasto io, afasico, nel scoprire poi che abbiamo segnalato lo stesso film. Mi consola comunque il fatto che ne abbiamo avuto impressioni differenti, inoltre ci avrei scommesso che non ti sarebbe piaciuto, i riferimenti a Dolan sono lampanti.

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    1. Boh, dai fotogrammi che vidi in giro mi lasciò davvero con le migliori aspettative, ma questo disagio borghese dell'essere omosessuali (o del palesarsi omosessuali in maniera sconsiderata?) mi ha atterrito, davvero: è un problema di intenzioni, credo. Per il resto, il film è anche godibile e apprezzabile. Specie visivamente.

      Ma non basta.

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