Simulacri #6: L'isola nuda (裸の島)


In Hadaka no shima (Giappone, 1960, 94') non accade nulla, e non accade nulla perché nulla è la vita. Lo so, può sembrare banale, e in effetti lo è, ma il fatto è che la vita, in Hadaka no shima, si riduce a quel che è: un nulla, o almeno un nulla rispetto a ciò con cui la si chiosa, e in questo senso aveva ragione Marx, quando sosteneva che a contare è la base materiale - e il resto è un orpello che non è nulla in confronto alla vita ma attraverso cui il quale la vita è ridotta a un nulla. E che? stiamo forse parlando di qualcosa che riguardi l'esistenzialismo? Affatto: è cinema, e il film di Shindō, in questo senso, è un'opera prettamente metacinematografica, che non richiede la posizione dello spettatore ma pone, essa stessa, lo spettatore, e lo pone in tutta la sua fragilità, che è, sì, esistenziale, ma più a fondo - e più in fondo - è fondamentalmente ontologica, perché Hadaka no shima, nel suo essere metacinematografico, è eminentemente esistenziale, e con con ciò annulla entrambi i termini: è l'unico film in cui la vita è schiettamente cinema e il cinema è schiettamente vita; per l'intera durata del lungometraggio, infatti, ci viene presentata la fatica, il lavoro, il lavoro della fatica e la fatica del lavoro, e nulla potrebbe essere più banale, poiché nulla potrebbe riguardarci più da vicino; al contempo, nel finale, un funerale ci sovrasta, e in un certo senso ci seppellisce, ma non ci atterra la morte di per sé quanto piuttosto ciò che viene dopo di essa, che non è né morte né vita eterna ma ancora vita, quindi lavoro, fatica etc. Il capolavoro di Kaneto Shindō ci inchioda su questo punto, perché è qui che la vita, intesa marxianamente come base materiale di sussistenza, si afferma, ed è pure qui che noi la perdiamo di vista, nella sua reiterazione o, meglio, nell'ineluttabilità di questa reiterazione: per tutta la durata del film non abbiamo assistito che alla nostra essenza, ma assistendo ad essa ci siamo come distaccati, allontanati da essa. E qual è quest'essenza? Non è il lavoro, anzi, meglio, il lavoro è un mezzo figurativo, che riporta all'essenza ma che non è l'essenza, perché l'essenza della vita è la sopravvivenza, ed è questo il fulcro della vita: non si vive la vita (sarebbe tautologico), si sopravvive alla vita, sicché ogni forma di esistenza è, fattualmente, una metodologia di resistenza - e a noi, spettatori reazionari, che con la nostra visione cinematografica abdichiamo, o quantomeno sospendiamo, la vita, non resta che contemplare la vita nella sua autenticità, nonostante questa si situi, con così poco rammarico, dopo una cerimonia funebre, che è la nostra. Che è la nostra. Perché il funerale presentato Hadaka no shima non è altro che il nostro, non è altro che la condizione dello spettatore cinematografico. Ma il cinema va avanti: è vita, e forse l'unica vita possibile, data la nostra pregevole morte.

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