Ruins (Ruínas)




Ruínas (Portogallo, 2009, 60') è un film frantumato, così frantumato che non è nemmeno un film o, almeno, non è un film, quello che si finisce per guardare assistendo alla pellicola del portoghese Mozos: si guardano schegge, micro-film che sono cocci, pezzi di realtà registrate frantumate o registrate e frantumate, e il punto è che queste schegge si conficcano dentro la pelle e lì rimangono, provocando un dolore allucinante. Su questo tappeto di rovine e schegge, però, cammina qualcosa, una molteplicità di voci che, in fondo, è sempre la stessa, ed è proprio l'univocità che perviene da questa molteplicità orale a sintetizzare in un'atmosfera omogenea quanto c'è di disparato e frantumato in tutto ciò. Si crea così un ambiente, un luogo, una città o anche solo un recinto dentro cui contenere i frammenti, così da poterli osservare, indagare, studiare. E in effetti richiede una contemplazione fuori dalla norma, Ruínas, e un silenzio che è dato, come nel capolavoro di Edgar Pêra, Lisbon revisited (Portogallo, 2014, 66'), da una voce che è estranea ed esterna a tutto perché quel tutto le appartiene, è la sua casa o, meglio, lo è stata: è la casa dove quella voce è morta, si è disincarnata ed è divenuta pura voce, corporeità in esterno, eterea e, in un certo senso, permeante la totalità in frantumi. Film di fantasmi e rovine, dunque. Ma anche documentario, quindi documento di una realtà afflitta, che esiste come esistono quei fantasmi, nel momento cioè in cui viene ripresa e organizzata dall'occhio della mdp, da una voce che ha rinunciato a essa o alla quale essa stessa ha rincuniato. Poco importa, perché in fondo non conta altro che la contemplazione di un minimalismo che è sfarzo diroccato, barocco distrutto. È metafisico tutto questo? Sì, ma in fondo tutti i portoghesi non sono che figli di Fernando Pessoa.

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