Parque vía


Colpisce innanzitutto il minimalismo, nell'opera vincitrice del Pardo d'Oro Parque vía (Messico, 2008, 85'), diretta da Enrique Rivero, e colpisce soprattutto il modo in cui questo minimalismo è cesellato, quasi fosse diretta conseguenza di un'immagine invasiva, eccessivamente proiettata sulla vita che vuole, più che veicolare, far emergere. Ed eccola, dunque, la vita, così come si presenta in tutta la sua immediatezza: incatenata, intrappolata, necessitata da tutte le parti e pressoché aderente a quel residuo di esistenza che la contorna e la conferma. Stiamo parlando della vita di Berto, ovviamente, custode di una villa in disuso e la cui esistenza è un'altalena tra l'attesa che questa venga venduta e la stasi più contemplativa all'interno delle sue mura. Niente scalfisce l'atarassia, e tutto, persino la puttana che di tanto in tanto tiene compagnia a Berto, sembra in perfetta sintonia con la stasi che struttura l'ambiente, fondandolo. È, in questo senso, un'opera densa, Parque vía, perché tutto corrisponde a un tema di fondo che si rimpolpa di inquadratura in inquadratura, tant'è che si ha come l'impressione che ogni piano-sequenza non sia altro che una variazione su quel tema. Ecco, ma qual è questo tema, precisamente? Di fatto, un dualismo che non arriva mai ad esprimere la propria sintesi, la propria più essenziale antinomia. Berto, infatti, è costantemente sorvegliato dalla padrona della villa, che pure pare cortese, da buona borghese qual è, nel cercargli un lavoro e quant'altro, ma quando Berto esce, guarda la televisione e, insomma, ha occasione di constatare il carattere effettuale del dualismo (la sintesi-povertà, la sintesi-guerra etc.), ecco, allora, che qualcosa, in lui, sorge o si acuisce, e per quanto egli in verità sia abile nell'interpretare il fatto che, in fondo, anche lui non è che una maschera con la quale il dualismo si mostra, maschera contrapposta all'altra grande maschera della pellicola, indossata dalla padrona, Berto non arriverà mai a un vero e proprio slancio rivoluzionario, preferendo invece la stasi della villa. Certo, tutto ciò potrebbe benissimo essere interpretato come reazionario, ma il punto è che Enrique Rivero profonde tutte le proprie energie per intensificare il carattere metacinematografico dell'opera, operazione, questa, che sfocia in un tentativo di critica che è subito autocritica; l'identificazione di Berto con lo spettatore, infatti, gioca a sfavore del primo, poiché è il secondo, a conti fatti, ad avere il polso della situazione ed aver concretizzato la sua rinuncia in una formalità che è, sì, stasi, ma soprattutto nulla, annichilamento, eterna momentaneità di chi è condannato all'assenza. Il minimalismo di Parque vía è ora giustificato in quanto non solo pellicola, forma aderente e permeante una sostanza viva, bensì - come nelle migliori pellicole di Pereda o Escalante - sostanza esso stesso, indiscernibile rispetto all'altra sostanza che solo apparentemente sembra permeare. È reazionario tutto questo? Sì, senz'altro. Dopo, però. Nella sua attualizzazione statica. Prima, nel fuori-campo, il gesto di prendere coscienza e l'azione di estraniarsi è del tutto rivoluzionaria ed eversiva, oltre che palesemente sovversiva, perché annienta il resto, e il minimalismo non è che simulacro di quest'assenza - la sua essenza, che è quella di chi è destinato a vivere nel nulla per aver rinunciato a contaminarsi socialmente.

7 commenti:

  1. l'ho visto un paio d'anni fa (http://markx7.blogspot.it/2012/05/parque-via-enrique-rivero.html), sono d'accordo, merita la visione, dopo ognuno saprà perché

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    1. Sì, peccato che pure questo sarà un altro di quei film di nicchia alla cui visione si appresteranno in pochi. E i risultati si vedono...

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  2. Il Messico non si smentisce, questo poi, è decisamente escalantiano. Di Rivero, aspettiamo di poter metter le mani su "Mai Morire"... ora!

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    1. P.S. La scena dello sbarellamento al centro commerciale :O

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    2. Rivero è un compagno, oltre che un ottimo regista. Va onorato, prima ancora che apprezzato :p

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  3. Enrique Rivero è, coincidenza, il nome del protagonista di "Le sang d'un poète", di Jean Cocteau

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