It May Be That Beauty Has Reinforced Our Resolve – Masao Adachi (Il se peut que la beauté ait renforcé notre résolution - Masao Adachi)



Il se peut que la beauté ait renforcé notre résolution - Masao Adachi (Francia, 2011, 74') apre una serie di pellicole che Grandrieux e Brenez hanno voluto incentrare sui cineasti radicali e hanno intitolato, appunto, Il se peut que la beauté ait renforcé notre résolution, che suona un po’ come «può la bellezza rafforzare la nostra determinazione»; Masao Adachi, in questo senso, è un documentario, ma è un documentario di Philippe Grandrieux, e la poetica di Philippe Grandrieux, a proposito della quale ho scritto Grandrieux, per un'ontologia impressionista, porta la pellicola su territori fondamentalmente altri - altri rispetto al genere documentaristico, altri rispetto al cinema comunemente inteso - e in questo senso non poteva mancare, nella filmografia di Grandrieux, un progetto simile, poiché in qualche modo dà una base materiale, un sostrato ontologico a tutto ciò che finora l’artista francese ha realizzato, da Retour à Sarajevo (Francia, 1996, 70') in avanti. La fraternità intellettuale col regista giapponese, del resto, non può che infondere all'immagine che abbiamo della cinematografia del francese un'aurea nuova, ma «nuova» nel senso di «diversa» e «diversa» nel senso di «più radicale ancora»: si tratta di un regista (Masao Adachi) che ha passato quasi trent'anni di silenzio prima di tornare a girare, dopo aver collaborato con personalità del calibro di Nagisa Ôshima e Koji Wakamatsu, un uomo che ha vissuto la sciagura politica sulla propria pelle, imprigionato dalle autorità libanesi per aver aderito all'insurrezione palestinese e, quindi, incarcerato in Giappone, un artista, insomma, per cui l'arte non è altro che una forma di rivoluzione. E rivoluzione è l'atto stesso con cui si fa cinema, con cui Adachi ha fatto cinema, è il gesto artistico che è eminentemente rivoluzionario, e, questo, Grandrieux l'ha colto perfettamente, tant'è che, forse, non ci sarebbe potuto essere altro regista con cui iniziare la serie in questione se non quello giapponese: Il se peut que la beauté ait renforcé notre résolution, non è una domanda, e il fatto che la pellicola di Grandrieux si conformi come documentario è il motivo per cui il titolo non avrebbe potuto porsi in forma interrogativa ma affermativa, perché la vita e il cinema di Adachi hanno dimostrato che giusto la bellezza, intesa contemporaneamente come arte e come rivoluzione, può rinforzare la nostra determinazione. Determinazione a cosa? A vivere, è ovvio. A vivere nonostante tutto, nonostante la mediocrità (artistica) e la violenza (politica), ed è così che Il se peut que la beauté ait renforcé notre résolution - Masao Adachi diventa un documento fondamentale, oggi più che mai necessario ed essenziale come - vien da pensare - In the fabulous underground (Italia/Croazia/USA, 2012, 42').

2 commenti:

  1. Se ricordo bene, quando ne parlammo lo avevi già visto questo film, o sbaglio? Mannaggia, io sto ancora aspettando: Balthazar si è impantanato e il torrente è secco :(
    Di Adachi, finora ho visto solamente "Abortion", il cui titolo, a mio modesto parere, rispecchia abbastanza fedelmente la qualità del film.
    Comunque, sesto fotogramma dall'alto: tipico fuori fuoco alla Grandrieux... Superbo!

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    1. Sì, l'ho rivisto ieri e l'ho rivalutato subito: non soltanto è il suo lavoro più radicale e minimalista (vedere il finale con quegli alberi in fiore), ma è anche un manifesto politico di fronte al quale non si può rimanere indifferenti. Credo sia il capolavoro di Grandrieux, ma magari sono di parte perché Adachi è uno dei registi che stimo di più in assoluto.

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