Fragments - Les éclats (ma gueule, ma révolte, mon nom)






Les éclats (ma gueule, ma révolte, mon nom) (Francia, 2011, 84') è il secondo capitolo di una trilogia iniziata con Qu'ils reposent en révolte (Des figures de guerre) (Francia, 2010, 153') ed è a tutti gli effetti una delle cose più stravolgenti che abbia mai visto. Il tema dello spazio recintato dall'istituzione e del focolaio di resistenza che va quindi formulandosi, cardine della prima pellicola, è come se qui scoppiasse, implodesse, conflagrasse e spargesse così tutt'attorno un migliaio e più di frammenti che vanno infine a conficcarsi nella carne dei corpi di potere, e di fatto Les éclats (ma gueule, ma révolte, mon nom), che radicalizza ed estremizza la poetica incendiaria di Sylvain George, è assieme coltello e ferita: Calais cessa di essere un ghetto e diviene territorio di un'emancipazione in itinere, potenziale, dunque eterna, inarrestabile, totale - e forse neanche questo, perché nell'etimologia di «emancipazione» permane comunque l'idea di una benevolenza da parte del padrone, quindi forse sarebbe il caso di parlare di liberazione anziché di emancipazione, non fosse altro che la struttura anarchica del lungometraggio rinvia proprio a un primordiale concetto di frenesia liberatoria, di destituzione di ogni linearità e di ogni schema preconcetto vigente: è come se Spartaco rappresentasse l'archetipo quiescente del nostro inconscio collettivo e Les éclats (ma gueule, ma révolte, mon nom) fosse un'operazione atta a risvegliarlo; questa operazione, inoltre, è legittimata dal fatto che la liberazione degli abitanti di Calais è intrinseca alla loro condizione di essere umani, che non sono nati per subire quella realtà fascista e degradante e in essa si ritrovano fondamentalmente schiavi, quindi infelici, poiché uno schiavo felice è uno schiavo che non ha coscienza della propria condizione: «Se vi considerate affetti da tristezza, credo che siate fottuti. Non vedete via d'uscita semplicemente perché i rapporti dei corpi che vi affettano di tristezza non convengono in nessun modo con i vostri. Non potrà formarsi nessuna nozione comune. Non formandosi nessuna nozione comune, aumenterà la separazione, che a sua volta aumenterà la tristezza che a sua volta sottrarrà potenza di agire. Spinoza ci rivela una cosa molto semplice: la tristezza non rende mai intelligenti. “Essere tristi” significa “essere fottuti”. Per questo i potenti hanno bisogno della tristezza degli assoggettati. Cultura e intelligenza non hanno mai tratto giovamento dall'angoscia.» (Gilles Deleuze, Cosa può un corpo? Lezioni su Spinoza). In questo senso, come si sarà già intuito, Les éclats (ma gueule, ma révolte, mon nom) è molto più di un documentario, e la perfetta aderenza tra forma e contenuto specifica questo suo incredibile potere eversivo e sovversivo arrivando a porlo persino al di là di se stesso, della sua forma e del suo contenuto. I frammenti di cui è composto, nel loro mostrarsi all'interno della sfera filmica, fanno emergere qualcosa che non è contenuto in nessuno di essi ma non li trascende, perché è appunto la relazione tra i vari frammenti, esterna a ogni singolo frammento, questo qualcosa, e si vede bene come traslando dal piano formale al piano oggettuale-contenutistico l'equazione non cambia, e se da una parte essa dà come risultato una rivoluzione prettamente cinematografica dall'altra, relazionando i frammenti-individuo, essa forma una rivoluzione più tra virgolette oggettuale, che permea un campo non più esclusivamente artistico ma sociale e politico. Ecco la straordinarietà di  Les éclats (ma gueule, ma révolte, mon nom), che tra l'altro, almeno dal punto di vista formale, ricorda da vicino quella di One way boogie woogie (USA, 2011, 90'), ed ecco soprattutto la necessità di un simile gesto, che smonta l'istituzione proprio nel compiersi di questa: è il potere e soltanto esso a creare i divenire rivoluzionari, e Sylvain George mira agli atti del potere (la ghettizzazione degli immigrati etc.) e non al potere stesso proprio per questo. Il suo è un movimento di scoperta e di destituzione, e in ciò è tutt'altro che platonico, Sylvain George, di quel Platone che ne La repubblica aveva comunque tentato d'istituire un potere, per quanto nuovo e diverso, e anzi in un certo senso è radicalmente socratico, poiché tende a mostrare le falle nelle argomentazioni dell'avversario portando questo a un cortocircuito che è, al contempo, la possibilità di una rivolta: «La legge grava con tutto il suo peso prima ancora che si sappia quale sia il suo oggetto e senza che lo si possa mai sapere esattamente. È questo squilibrio che rende possibili le rivoluzioni; non che le rivoluzioni siano determinate dal progresso tecnico, ma esse sono rese possibili da questo scarto tra le due serie che esige dei riassetti della totalità economica e politica in funzione delle parti di progresso tecnico. Vi sono quindi due errori, lo stesso in verità: quello del riformismo e quello della tecnocrazia, che pretende promuovere o imporre assetti parziali dei rapporti sociali al ritmo delle acquisizioni tecniche; quello del totalitarismo che pretende costituire una totalizzazione del significabile e del conosciuto al ritmo della totalità sociale esistente in quel momento. È questo il motivo per cui il tecnocrate è l'amico naturale del dittatore, calcolatori e dittatura, ma il rivoluzionario vive nello scarto che separa il progresso tecnico e la totalità sociale, inscrivendovi il suo sogno di rivoluzione permanente. Ora questo sogno è per se stesso azione, realtà, minaccia effettiva per ogni ordine stabilito, e rende possibile ciò di cui egli sogna» (Gilles Deleuze, Logica del senso). In questo senso, Sylvain George, focalizzandosi su ciò che il sole del potere pone come ombra, è molto vicino alle posizioni di Camus, per il quale, e a differenza (di nuovo) di Platone, secondo cui non ci sono ombre senza sole, non c'è sole senza ombre, perché il sole - lo si chiami potere, istituzione o come altro si preferisca - non preesiste ma viene costruito, più o meno allucinatoriamente, da quelli che Dostoevskij definirebbe ribelli dal fiato corto. Insomma, Les éclats (ma gueule, ma révolte, mon nom) sembra proprio formularsi nella frattura tra lo spazio di esperienza e l'orizzonte di aspettativa (cfr. Koselleck), e in ciò si pone come futuro passato, ovverosia come ciò che nel passato mi attendevo dal futuro, che è oggi, quindi è molto più che uno sguardo saggistico e documentaristico sul presente e le sue condizioni: è uno squarcio nel tessuto, temporale e spaziale, dell'istituzione, squarcio che apre a una dimensione che solo Vers Madrid (The Burning Bright)! (Francia, 2013, 132'), il terzo capitolo della trilogia, potrà illuminare e rendere visibile.

4 commenti:

  1. ... appunto l'aspettativa. Aspettarsi di essere colpiti da una scheggia. Urenza di un bisogno. Dovrò vederlo. Le tue parole se non altro... incudini contro il sole!

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    1. Sei gentile, grazie. Su Sylvain, però, ti avverto che sono parecchio di parte: per me è il più grande cineasta vivente assieme a James Benning. Spero comunque colpisca nel vivo anche te; sono film necessari, questi.

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  2. Ti dirò... o meglio, ti dirò se ti farà piacere.

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    1. Assolutamente! Sylvain, purtroppo, non riscuote la dovuta attenzione, specie in Italia, e tanti supposti cinefili lo snobbano consapevolmente, il che è un peccato, davvero, perché è uno di quei registi che dovrebbe essere proiettato nelle scuole, nelle piazze e nei luoghi pubblici in generale: la condizione - cinematografia ma non solo - altrimenti rimane quella che è.

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