Disquiet


Il cinema di SJ. Ramir è un cinema cupo, inquietante e tormentato, asfittico: è un abisso, e guardarlo implica inevitabilmente una caduta nelle sue profondità, ma questa caduta, lungi dall'essere una sconfitta o una morte, insomma una perdita, è senz'altro una scoperta di un'ontologia indifferenziata e univoca che richiama da vicino quella del Late and deep (Norvegia, 2011, 16') di Devin Horan, un'unità, cioè, in cui tutto si dissolve e si ritrova, ritrova il proprio sé, che è sempre un sé-con, un'identità che richiama a un'altra identità e per definirsi ha bisogno di tutte le altre identità che non la limitano ma in cui si riversa e che a loro volta si riversano in essa. Per certi, sebbene la soluzione stilistico-estetica sia totalmente agli antipodi, il panismo di Ramir è lo stesso di quello di Guillaume Eymenier (cfr. il mio Pieghe #10: Il panismo elegiaco di Guillaume Eymenier), e in ambo i casi si parla sempre e solo di una sola cosa, ovvero della vita, colta nella sua specificità, che è l'esistenza - pura e semplice, naturale, come quella drappeggiata in Cove (USA, 2012, 7') da Robert Todd. In questo senso, il drone che vena Disquiet (Nuova Zelanda, 2011, 9') non è soltanto il trait d'union che lega il deserto all'individuo che avanza ma anche il minimo comune denominatore che li fa corrispondere, deserto e individuo: è la sfera in cui tutto è compreso, dentro la quale ogni cosa (x) è se stessa (x = x) e non l'altra (≠ y) e, pure, una parte della sfera (x = z) - e, come parte, l'una cosa è l'altra (x = y).

≠ y
y = z
z = x
x = y

SJ. Ramir propone così un cinema dell'immanenza*, che, con moto nietzschiano, vuol far ritorno dentro la caverna platonica, fuori dalla quale la logica ha irrigidito un'ontologia della differenza astraendo, di fatto, la differenza e ponendola come differenziante, come Idea di differenza che opera la differenza e disunisce tutte le cose in maniera prettamente trascendentale, ma dentro la quale la differenza non è che unità d'origine, sfera ontologica in cui ogni cosa trapassa nell'altra e riconosce se stessa nell'altra; il viaggio proposto dal regista neozelandese assurge quindi a itinerario metafisico molto più concreto e reale di quanto non sia questa realtà banale perché autenticità e garanzia di questa realtà, delle sue differenze, delle sagome che la abitano e non sono che simulacri la cui verità e il cui essere sono la verità e l'essere di tutto ciò che è. 


* v. a questo proposito One way boogie woogie (USA, 2011, 90').

2 commenti:

  1. La tua recensione conferma le impressioni sentite, a pelle, su questo "Disquiet". Da tempo adocchiato, più volte cercato... e mai trovato :(

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    1. Questi sono i classici film da chiedere direttamente al regista, che li vende. "Disquiet", comunque, è un'opera grandissima e primigenia.

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