Appunti sparsi dalla 71° Mostra del cinema di Venezia #3: Per la gloria di Abu Bakr al-Baghdadi


Di fronte alla Sala Grande, c'è il red carpet e, di fronte al red carpet, c'è un mucchio di gente che aspetta le star varcheranno quel red carpet: James Franco, Milla Jovovich, Al Pacino... Stanno lì tutto il giorno e tutto il giorno aspettano il loro arrivo. Qualcuno chiede un selfie, qualche altro un autografo. L'età media copre un arco temporale che va dai quindici ai vent'anni, poi, nel tardo pomeriggio, arrivano i più anziani e anche questi aspettano, chiedono selfie o autografi. Ci sono molte ragazzine, alcune giocano a carte, nell'attesa, altre leggono un libro o parlano. Non guardano film, per loro la Mostra del cinema si risolve nei due minuti di red carpet serali. E basta. Tutto sommato, sono loro i protagonisti della Mostra del cinema di Venezia, almeno di quest'edizione, in cui il cinema è contato davvero poco: si è optato per la Mostra-vetrina e si son scelti i film che potessero mirare a una certa distribuzione; si è stati dentro le logiche del mercato e si è riusciti a condurre il cinema nel mercato, traslando l'arte nel business. Credo sia questo il motivo per cui la settantunesima edizione della Mostra del cinema sia stata scarsa in fatto di qualità, radicalità e originalità, perché cosa si può creare se si deve vendere? Bisogna preconfezionare, offrire un prodotto che non stupisca ma risponda a quelle esigenze di mercato il cui bisogno è già formato da tempo: James Franco, Milla Jovovich, Al Pacino... Il desiderio è sopito e «tutte le buone intenzioni saranno necessariamente punite». Qualcuno dirà che Barbera non abbia rischiato, ma il fatto è che Barbera non è altro che un manichino vivificato dal PD, che con l'arte e la cultura non ha niente a che fare. Fazio, Saviano, Barbera - la cultura, o ciò che si suppone tale - è decretata dal PD e tutto ciò che è è politica, nient'altro, il che può far sorgere il dubbio che, in realtà, il colpo di stato sia stato istituzionalizzato e che qualsivoglia atto eversivo non sarà più possibile data la struttura, determinante ogni fottuto interstizio della nostra vita, che ci rinchiude e ci soffoca: non siamo più nella macchina, siamo la macchina. Ci si lamenta che il presidente del consiglio, Matteo Renzi, non sia stato votato e che il rinnovo della carica di presidente della repubblica a quel vile di Napolitano, soggetto creato dai servizi segreti per mantenere l'ordine nel Partito e filtrare le informazioni provenienti da esso, sia stato anti-costituzionale, ma la riuscita dei piani massonici della P2 è stato un qualcosa che è avvenuto a cielo aperto e che riguarda esclusivamente la cultura, quella cultura che dovrebbe sintetizzare la sensibilità di un popolo ed estrinsecarsi nell'elezione politica e che, invece, è imposta dall'alto - e noi ci accontentiamo, anzi, peggio, crediamo di apprezzare i vari Fazio, Saviano e Barbera e pensiamo di essere in obbligo di scandalizzarci per le dichiarazioni di Tavecchio, quasi dovesse fregarcene qualcosa di quello che succede in un'associazione milionaria e mafiosa come la FIGC, e questo perché non siamo più nella macchina ma siamo la macchina, e tutti i nostri desideri si confondono con ciò che non è propriamente nostro. Tracciare una linea di fuga, data questa situazione, è impossibile, e a meno che non si diventi schizofrenici, sì da riuscire a forsennare una realtà istituita da una sensibilità che, sì, è nostra ma è stata ampiamente manipolata dall'ambiente del potere, ogni tentativo di autenticità fallisce in anticipo, perché ci si ritrova soli, chiusi in una clinica psichiatrica e bollati come anormali, ovvero come non corrispondenti alla norma istituzionale, non controllabili né gestibili, quindi da rinchiudere e osservare. Non abbiamo più niente da desiderare, e anche il desiderio più autentico alla fine si sterilizza in una moda che, al solito, passerà, e cose come l'amore, l'azione politica, il gesto artistico o, banalmente, l'impresa personale risultano infine infiacchite da un secolo che, sebbene sia appena iniziato, è già saturo di disonestà, coercizione, sentimenti inautentici e banalità che non riescono nemmeno più a infastidire ma annoiano soltanto, e anche la più meravigliosa dimostrazione di rispetto nei confronti dell'essere umano viene infine rovinata perché una massa di balordi senza stile non la sa riconoscere o, peggio ancora, è invidiosa di ciò che non sa fare, di ciò cui non può nemmeno tendere: siamo morti che si credono vivi, e continuiamo a respirare senza nemmeno sentirci stanchi. Aspettando le star.

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