Aka Ana



In fondo non stupisce che d'Agata sia passato dalla fotografia al cinema; il cinema, infatti, ha questo strano potere di collocare il reale ripreso in una temporalità che è immediatamente demiurgica, e i corpi che d'Agata fotografa e riprende sono come l'essere necessario di Leibniz, esistentificante: esistono perché devono esistere, e in questo senso l'operazione di d'Agata trascende d'Agata stesso, ne fa come un veicolo di qualcosa di superiore, che è l'esistentificazione dei corpi per l'appunto. Corpi martoriati, spastistici, che si agitano nell'ombra poiché appartengono all'ombra, corpi quindi che sono già tombe. Ma ogni tomba è simulacro di un qualcosa che è venuto prima e a cui ora fa da letto, sicché Aka Ana (Francia, 2008, 60'), come sarà poi per Atlas (Francia, 2013, 76'), non è che un muro, uno schermo bianco sul quale quei fantasmi possano infine scagliare le proprie ombre e vivere in esse, per esse, come ombre, ovvero come simulacri, come qualcosa di trascorso che permane, vive ed esiste - ma in maniera (ora) nuova, originale. È una questione di autenticità, nient'altro, e come tale la si può comprendere esclusivamente nell'ottica fornitaci da Tommaso Lusena de Sarmiento e Giuseppe Schillaci attraverso il loro The cambodian room: Situations with Antoine D'Agata (Italia/Francia, 2009, 55'), poiché è solo in prospettiva a quel frammento di vita che l'estetica di d'Agata intercede e, anzi, s'installa nell'esistenza, che è nostra. Che è nostra: un piano d'immanenza si stende lungo tutto il senso dell'essere, e noi ci troviamo come collegati a quelle sagome che si fanno sempre più incipienti, sempre più incipienti, sempre più incipienti fino a collassarci addosso - e Aka ana è nient'altro che questo stesso collasso, ed è definitivo (come tale), perché ne usciamo segnati, inevitabilmente; si capisce bene, allora, la scelta di abusare del ralenti, in base alla quale, forse, diviene più chiara anche la nostra condizione borghese di spettatori, poiché esso d'Agata intende infondo proiettare noi stessi nella pellicola, il che significa renderla fruibile, sì, ma questa resa di fruibilità implica necessariamente tra spettatore e spettacolo un dislivello che, qualora non fosse presente, farebbe dello spettatore lo spettacolo stesso: «Quello che la mente non ha il tempo di trattenere, quello che l'occhio non ha né il tempo né il campo visivo necessari per vedere in un'espressione - i prodromi, la nascita, l'evoluzione, la lotta tra i sentimenti intercorrenti che compongono alla fine la loro risultante - tutto questo, il ralenti lo mostra a volontà. E le dimensioni dello schermo permettono di esaminarlo come sotto una lente di ingrandimento. Lì, le migliori menzogne restano prive di forza, mentre la verità esplode a prima vista, colpisce lo spettatore con l'immediatezza dell'evidenza, suscita in lui un'emozione estetica, una sorta di ammirazione e di piacere infallibili» (Jean Epstein, L'essenza del cinema). È l'unico momento, questo, in cui d'Agata compare, e compare (con ralenti) per poi scomparire (nel ralenti), trasformando così la visione di Aka ana in una sorta di immersione in cui non si può che morire annegati. Ma morire, come abbiamo visto, significa riflettere se stessi sullo schermo bianco che d'Agata ci fornisce, e in tal senso è un vivere pure questo, tant'è che la morbosità e l'ossessività con cui viene ripreso l'atto più istintuale e sessuale che un essere possa compiere (la droga, il sesso. Che del resto sono la stessa cosa, così come la incarna d'Agata nel suo cinema e nella sua esistenza) si spiegano infine proprio nel loro repentino attuare la vita, nel loro infinito essere l'unica estrinsecazione possibile della potenzialità che è specifica di chi vive ed è, appunto, la vita stessa. No, non si tratta affatto del dittico freudiano Eros e Thanatos quanto, piuttosto, di un'unità originaria da cui questi discendono per degradazione continua - e d'Agata è un prometeo, un martire, perché è riuscito, pagando il fio sulla/colla propria pelle, a mostrarcela, questa unità. 

8 commenti:

  1. Questo Artista è un fottuto genio! Credevo che con "Atlas" avesse realizzato qualcosa di irripetibile, ma da come ne scrivi, "Aka Ana" sembra addirittura superiore, o perlomeno sullo stesso livello... Visivamente, e paradossalmente mi riporta al Grandrieux più imperscrutabile e ancora invisibile: quello di White Epilepsy, ovviamente... Un confronto sarebbe interessante.

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    1. "Aka ana" è più crudo, mortuario, catacombale di "Atlas", che forse è meglio, perché più calibrato, estetico e quant'altro, ma 'sta roba ti lascia lontano dallo schermo per almeno una settimana. Quando si dice "oltre il fondo"...

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  2. ciao, ho notato che il film ti è piaciuto e non poco, e dato che dalla tua rece traspare una certa competenza, volevo chiederti come hai interpretato il finale.
    Premetto che il francese lo so cosi cosi, ma nella parte finale (dalla scena del bosco in poi) mi pare di aver assistito ad una sorta di rinascita, un allontanamento da quella sporca vita (come traspare anche in alcuni frasi nel finale), però il film si chiude con "tout les jours, je meurs"...e l'oscurità.
    Ora, non ho capito se d'agata ci vuole dire che non si può sfuggire da una vita del genere anche se ce ne si vuole allontanarsene, o se sto sparando una marea di stupidaggini io stesso.
    Inoltre volevo chiederti se hai trovato i dialoghi "piagnistei lamentosi"(come ho letto da altre parti), o tracce di vittimismo e autocommiserazione.
    ciao e grazie ;)

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    1. Mah, difficilmente riesco a interpretare certi film. Richiedono un'esperienza così immersiva che finisco, quando li guardo, per perdermi in essi e viverli molto meno razionalmente di quanto, in effetti, sarebbe d'uopo. Per quanto mi riguarda non c'è alcun vittimismo né autocommiserazione: è la loro vita, e certe cose come il vittimismo e l'autocommiserazione credo c'entrino davvero poco, visto di che vita si tratta. C'è appunto questo senso panico di non sapere e di ricapitare continuamente nella stessa situazione, nella stessa morte, come un eterno ritorno di un'abolizione che non ti permette di vivere, esprimere le tue potenzialità e via dicendo. In questo senso, no, non c'ho visto alcuna rinascita o, meglio, se proprio vogliamo vederci una rinascita, credo che questa avvenga per essere nuovamente abolita.

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  3. ho rivisto "Atlas" e anche qui ho qualche domanda. quello che non ho capito è se il film del regista francese è un mero esercizio filmico, con attori e uno script studiato nel dettaglio (e forse anche "a tavolino"), o se è un'opera autentica, sincera (impersonata e narrata "veramente"). E se fosse tutto autentico, perché d'agata strumentalizza la vita non-vita di queste persone? Lui andrà a mostrare la propria opera in giro per i festival, mentre la puttana drogata rimarrà la puttana drogata.
    Personalmente ho apprezzato molto sia "Atlas" che "Aka Ana", solo che questo dubbio dell autenticità mi perseguita.
    Dimmi la tua, specialmente se non la pensi come me ;)

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    1. Perché strumentalizzare, scusa? d'Agata, anche a vedere "The cambodian room" mi sembra tutto fuorché uno che strumentalizza. Lui vive con loro, come loro. È onesto, e se è passato al cinema dalla fotografia è appunto perché il cinema gli permetteva uno studio più approfondito, più espressivo sul corpo, nient'altro.

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    2. Ti ringrazio per le esaustive risposte.
      Una domanda:"The cambodian room" è reperibile? Mi piacerebbe molto vederlo.

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    3. Scrivimi per mail: talkinmeat@gmail.com

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