71° mostra del cinema di Venezia: The Postman's White Nights (Belye nochi pochtalona Alekseya Tryapitsyna)



C'è tutto un universo che corre parallelo alla realtà, ne Le notti bianche di Fëdor Dostoevskij, e quando questo diventa perpendicolare alla realtà è come se un terzo universo scaturisse dalla sconfitta del primo ad opera del secondo. In The postman's white nights (Russia, 2014, 101'), titolo che ricorda da vicino l'opera del romanziere, appare nuovamente la necessità di un universo antistante quello della realtà in cui si è calati, ed è, questo, l'universo del postino a cui rubano il motore e che è quindi impossibilitato di svolgere il suo lavoro e di portarsi a casa la pagnotta; il rimando al Vittorio de Sica di Ladri di biciclette (Italia, 1948, 93'), è chiaro, ma ancor più chiara appare la forza con cui Končalovskij, vecchio collaboratore di Andrej Tarkovskij, tenti di percorrere una strada differente, più esistenzialista che politica e che conduce, inevitabilmente, agli stessi risultati di Non è un paese per vecchi di Cormac McCarthy, ovvero alla constatazione che i tempi, oramai, siano davvero bui e la vita impossibile per via della meschinità insita nelle persone: si assiste, così, all'emergere di una realtà che contamina e reifica la realtà-altra che nel libro di Dostoevskij era quella del sognatore protagonista e che nel film, più ancora che quella del postino, appare infine essere quella naturale del lago. Končalovskij assume così in dialettica la natura (tesi) e l'umano (antitesi), e la prevaricazione inevitabile del secondo sulla prima quasi premette - e di sicuro suggerisce - all'estinzione dell'umano, incapace di qualsiasi gesto di fraternità e atomizzato nella particolarità di ogni singolo individuo. Tutto ciò, però, non diviene direttamente dagli aspetti più specificatamente cinematografici della pellicola bensì da una trama che chiude ogni singolo accenno di contemplativo e lo interpone nei propri segmenti a mo' di raccordo o di ambientazione; così, i piani-lunghissimi in cui l'uomo è mostrato nel suo essere con l'ambiente e mai soltanto nell'ambiente perdono di fascino e persino le inquadrature paesaggistiche maggiormente suggestive finiscono per svuotarsi della loro incredibile potenza evocativa, il che è indubbiamente un peccato, anche se, forse, vien da pensare che Končalovskij non avrebbe potuto fare diversamente, visto che una calibrazione diversa della materia filmica avrebbe inevitabilmente portato a ingombranti reminiscenze di metafisica tarkovskiana che dalla morte di Andrej tengono ancorato il cinema russo a un passato cinematografico di cui in pochi sono riusciti a liberarsi e che ancora tormenta diversi registi.

VOTO: 2/5

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