71° Mostra del cinema di Venezia: Flapping in the middle of nowhere (Đập cánh giữa không trung)


Đập cánh giữa không trung (Vietnam, 2014, 99') non parte affatto male, ma poi è come se tutto confluisse in un qualcosa che non è quello che era all'inizio. E che cos'era all'inizio Đập cánh giữa không trung? Un film sulla perdita e l'abbandono e nient'altro. Perdita di un figlio, abbandono di un feto, insomma l'aborto. Ecco, una banalità, ma è una banalità modulata in maniera se non interessante quantomeno originale, e questo perché Nguyễn Hoàng Điệp gioca di riflesso, e tutta la trama è come se fosse uno specchio che riflette l'abbandono del feto da parte della madre nell'intimità della madre stessa, abbandonata ora dal tipo che l'ha messa incinta ora dall'amante. È questo, il senso del titolo del film, e sta qui tutta la sua potenza espressiva, nel fatto cioè di interpretare quello specchio come un non-luogo («nowhere») in cui tutto si conosce, misconosce e riconosce: è l'identità che accomuna, genesi di una disgregazione che la implica, perché in fondo non c'è che un'unità di origine, altrimenti la perdita, che è sempre e soltanto l'abbandono di un qualcosa che sentiamo simile a noi, non avverrebbe o, meglio, non saremmo così tristi quando perdiamo un figlio, una ragazza, un amico. Quindi, che c'è di storto nel finale di Đập cánh giữa không trung? Be', il fatto che fosse tutto programmato, il che fa un po' crollare tutto quello che all'inizio sembrava così spontaneo, intimo e vitale: è visibile, infine, la mano della regista, che come un burattinaio o un deus ex machina, muove i personaggi verso i loro nefandi destini, che sarebbero pure stati nefandi anche se lei non c'avesse messo lo zampino, questo è certo, ma così è tutto molto più crudele. È come quando i tuoi genitori ti rivelano che Babbo Natale non esiste e che in verità sono loro a lasciarti i doni sotto l'albero: non te ne frega niente, perché in fondo i doni ce li avrai anche l'anno prossimo, ma un po' ci rimani male.

VOTO: 2/5

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