71° Mostra del cinema di Venezia: Words with Gods


Scriveva Marx: «La miseria religiosa è insieme l'espressione della miseria reale e la protesta contro di essa. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di una condizione senza spirito. Essa è l'oppio del popolo. Eliminare la religione in quanto illusoria felicità del popolo vuol dire esigerne la felicità reale. L'esigenza di abbandonare le illusioni sulla sua condizione è l'esigenza di abbandonare una condizione che ha bisogno di illusioni. La critica della religione, dunque, è, in germe, la critica della valle di lacrime, di cui la religione è l’aureola. La critica strappata dalla catena, i fiori immaginari, non perché l'uomo porti la catena spoglia e sconfortante, ma affinché egli getti via la catena e colga i fiori vivi» (Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione). Il che significa: non conta tanto la religione quanto le condizioni materiali che la fanno emergere; la critica della religione dev'essere dunque sostituita alla critica della società da cui la religione si genera o, allo stesso modo, la descrizione di una certa religione dev'essere fondata su un'antropologia che sia sociale. Ecco, in questo senso Words with gods (Messico, 2014, 129') fallisce in pieno nel suo dialogo con Dio, poiché è davvero un dialogo con Dio e non con gli uomini, nonostante Feuerbach abbia più volte insistito sul fatto che la religione sia antropologia, che non sia cioè Dio a creare l'uomo ma l'uomo a creare Dio, e in questo senso Words with gods si presenta più come una cornice o, meglio ancora, come un mosaico, fatto di diversi pezzi e stante in superficie: i rituali, le credenze e le superstizioni che via via vengono descritti sembrano sussistere di per sé, e per quanto una critica pare pur emergere questa appare infine disancorata, trascendentale e fondamentalmente innocua, perché non centra il bersaglio e assume la religione a realtà indipendente e autonoma, il che è inaccettabile, specie se questa si riversa sulla vita degli uomini e sulle loro morti, come mostra Gitai. Rimane qualche bagliore estetico, ma soltanto qua e là e, in fondo, non è abbastanza.

VOTO: 1/5

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