71° Mostra del cinema di Venezia: Tsili


L'ultima fatica di Amos Gitai risponde al nome di Tsili (Israele, 2014, 88') e si basa su un testo scritto da Aharon Appelfeld e intitolato Paesaggio con bambina; la storia, ambientata durante la seconda guerra mondiale, racconta di una giovane ebrea che si nasconde nei boschi, dove incontra un altro ebreo, Marek, il quale un giorno, partito alla ricerca di cibo, non farà più ritorno al nido che Tsili aveva costruito. La sua scomparsa coincide con la fine della guerra, e sarà quello il momento in cui Tsili uscirà finalmente dai boschi e incontrerà, sul suo cammino, altri sopravvissuti all'Olocausto, diretti verso una nave che li porterà in Palestina. Detta così, la pellicola potrebbe apparire come la solita trasposizione filo-sionista di un libro sull'Olocausto, ma così non è, perché Amos Gitai gira in maniera anomala, o, meglio, anomala rispetto a chi ha tentato un'operazione simile, e attraverso un minuzioso lavoro di sottrazione tipicamente minimalista e più o meno lunghi piano-sequenza composti da inquadrature a macchina fissa che rimandano a quel cinema contemplativo di cui da queste parti si è spesso parlato riesce a costruire un universo particolare (nel senso di unico) in cui tutto, anche la disperazione che consegue l'atto più terribile, lo stupro, brilla e gioisce di una luce estetica che è come se lo santificasse; lo sviluppo tramistico del lungometraggio, inoltre, procede attraverso buchi neri che non saranno mai compensati (la comparsa di un'altra ragazza, di cui non si conosce né si conoscerà nulla), atti a simboleggiare il rapimento dell'infanzia o di qualcosa di similmente puro e intoccabile da parte dello sterminio nazista a scapito di quelle giovani donne, tant'è che persino lo stupro, perpetrato da un ebreo su un'ebrea, potrebbe essere interpretato come una conseguenza diretta dell'Olocausto (ci sarebbe da discuterne, comunque). A ogni modo, Tsili è un gran film, uno dei migliori visti in quest'imbarazzante edizione della Mostra del cinema di Venezia, e se non è un capolavoro ciò è dovuto al fatto che Amos Gitai, oltre a infastidire con continue dissolvenze al nero che frammentano eccessivamente l'opera, tira troppo la corda, e conclude la pellicola con un paragone che stride e che il sottoscritto ha trovato inaccettabile: poco prima di imbarcarsi, un ebreo dice che non andrà in Palestina, perché anche lì gli ebrei saranno inseguiti dalla morte. 

VOTO: 3/5

2 commenti:

  1. Interessante, ti dirò che da Gitai non mi sarei mai aspettato un'incursione (seppur in parte) nelle pieghe contemplative. Anche se il corto inserito in "Visions of Europe" può in qualche modo considerarsi contemplativo. Bene, a questo punto incuriosice oltremodo il lavoro del "coreano" Tsukamoto.. XD
    Non vedo l'ora di leggere le tue impressioni riguardo!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Be', diciamo che alcuni stilemi del cinema contemplativo li fa propri, dopodiché siamo abituati a ben altra radicalità, almeno io e te. Non dovrebbe dispiacerci comunque, questo "Tsili".

      Elimina