71° Mostra del cinema di Venezia: A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence (En duva satt på en gren och funderade på tillvaron)



Con A pigeon sat on a branch reflecting on existence (Svezia, 2014, 101') Roy Andersson chiude la trilogia cominciata con Canzoni dal secondo piano (Svezia, 2000, 98') e proseguita con You, the living (Svezia, 2007, 95'). La pellicola approfondisce, e per certi versi radicalizza, lo stile che già nel secondo capitolo era emerso, finendo così per configurarsi come una sorta di commedia disperata da cui non se ne esce se non a caro, carissimo prezzo; lo stile, d'altra parte, si mantiene negli standard anderssoniani, quindi macchina fissa e minuzioso lavoro di sottrazione, ma è appunto la radicalizzazione del lato grottesco e più sarcastico e sardonico ad appiattire il tutto, rendendolo un qualcosa di artificiale e fittizio, troppo distaccato dall'esistenza reale per poter riuscire a incanalare nel finale una critica che nei confronti di questa sia autentica e radicale: si ha a che fare con personaggi caricaturali, e se davvero questi mostrano dei lati del vivere umano lo fanno nella maniera in cui riesce a farlo una favola di Esopo, ovvero analiticamente, in modo descrittivo e troppo generalizzato per dimostrarsi sovversivi nei confronti di questi e, insomma, acquisire uno statuto d'essere che sia pericoloso verso l'oggetto della critica. Ecco, in questo senso pure il finale del film ne esce ammortizzato, e per quanto nel prefinale sia mostrato un forno crematorio riflesso su una vetrata - chiara allusione alla condizione specifica del cinema - la sequenza non attecchisce e il cinema di Andersson pare persino diventare, se non reazionario, quantomeno arrendevole di fronte a uno status quo (per Roy) immodificabile, sicché tutte le intenzioni che, esplicitate nel finale vero e proprio, hanno mosso Andersson a dirigere A pigeon sat on a branch reflecting on existence rimangono aleatorie, quasi non facessero parte di ciò che fino ad allora era stato mostrato o, a voler essere maliziosi, volessero giustificare ciò che fino ad allora era stato mostrato e, insomma, hanno davvero l'aria di essere posticce. Peccato, e non solo perché in Andersson scommettevo parecchio, ma anche - e soprattutto - perché in questo caso il suo è un cinema di riflesso, non immanente alla realtà e quindi impotente nei confronti di questa, disperato, sì, ma nel senso che l'unica speranza del cinema è in se stesso, il che, secondo il sottoscritto, premette a un cinema autorefenziale, pacchiano e fondamentalmente inutile o, meglio, innocuo.

VOTO: 1/5

2 commenti:

  1. Noo... Che delusione, dopo aver letto di Tsukamoto speravo vivamente almeno in questo! A quanto pare ho fatto bene a rinunciare alla giornata e visto l'andazzo con cui sta proseguendo questo festival, mi chiedo cosa di buono possa riservare ancora. Non ti stai rompendo le scatole?

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    1. Sì, da un pezzo e anche abbastanza. Comunque oggi ho l'ultima possibilità con de Oliveira, poi spero molto (LOAL) nei cortometraggi e in Ann Hui. Cioè, cioè, se delude persino la Hui siamo tutto spacciati.

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