71° Mostra del cinema di Venezia: Pasolini


Chiunque abbia intenzione di andare a vedere l'ultimo film di Ferrara su Pasolini rimarrà inevitabilmente deluso, e questo perché Pasolini (Belgio, 2014, 86') elude qualsiasi aspettativa che a riguardo può essere fatta; il sottoscritto, per esempio, che non apprezza affatto il regista newyorkese per il suo eccessivamente accentuato nichilismo è uscito dalla sala tremante, più commosso che sconvolto, e del resto l'onestà intellettuale, umana e artistica che traspare dalla pellicola non può che muovere a uno strano sentimento di fraternità nei confronti sia di Ferrara che di Pasolini. Dico strano perché, di fatto, Pasolini ha sempre rappresentato una figura d'intellettuale (pari soltanto a quella di Gramsci) pressoché santificata da una vita in cui il martirio è soltanto il coronamento, la chiosa di un'umanità che l'ha destreggiata dalle borgate alla lungimiranza politico-sociale, estremi di un'esistenza che il bolognese ha saputo far confluire nel punto medio che li ha in qualche modo sintetizzati, ovverosia l'arte, cinematografica o letteraria che fosse e che in Pasolini sono in realtà la medesima cosa perché ambedue contemplano come unità minima che le fa essere il reale, la realtà. Ecco, date queste premesse, il film di Abel Ferrara mira diritto al punto e finisce per essere qualcosa di così autentico da lasciare afasici, perché Ferrara non fa scandalo e, soprattutto, non batte la strada dell'indagine politica, ma propone qualcosa di più profondo, che ha a che fare con il Pasolini-uomo piuttosto che con il Pasolini-intellettuale; certo, le due figure sono pressoché univoche nell'incarnazione artistica di PPP, ma è come se ce ne fossimo dimenticati e se ricordassimo Pasolini soltanto per i suoi film, per i suoi articoli, per i suoi meravigliosi romanzi e le sue poesie, sicché l'operazione tentata da Ferrara risulta infine, pur non sentendone il bisogno per via, appunto, dell'oblio in cui è stata gettata la persona che fu Pasolini, qualcosa di essenziale, e noi dovremmo essere molto grati al regista per averci svegliati dal sonno dogmatico. In questo senso, il lungometraggio si configura alla stregua di un voto al padre, di un dovere etico pregno di ammirazione artistica e umana che finalmente Ferrara espleta in un'opera che è con ogni probabilità la sua più grande. Si può sentire senz'altro la mancanza di una politicità che ha portato alla morte dell'autore di Petrolio, ma la cosa non interessa: Pasolini non è un biopic su Pasolini, è un testamento prima umano che artistico, un gesto fraterno, un'elegia verso un uomo la cui perdita segna la nostra esistenza in quanto umani prima ancora che come esseri politici e sociali, ed è questo il punto forte della pellicola, nel fatto cioè di essere riuscita a scardinare Pasolini dal cielo dell'intellettualità che lo slega a noi e averlo come riportato tra noi. Con la sua morte - Ferrara ci mostra - abbiamo perso un amico, un fratello, un padre, non soltanto un intellettuale militante ma anche un qualcuno verso cui ci sentiamo simili e, anzi, siamo noi, e penso che sia questa, in fondo, la grandezza di Pasolini, che ha appunto incarnato la politica nel suo corpo e ha riversato questo nell'arte, così come sono abbastanza sicuro che il film di Ferrara sia un tesoro prezioso perché ci rammenta che l'arte, nella sua più piena politicità, è umana, talmente umana da potere ogni cosa, persino d'annullare la storia, e la morte di un artista è sempre la morte di un'umanità - la sua schiavitù rinnovata. Anzi, in una certa maniera e a voler estremizzare le cose, l'umanità si risolve nell'arte ed è arte: l'umanità è l'arte, ecco il succo del film: il cinema, la letteratura, la poesia etc. non rappresentano un pezzo d'umanità ma sono l'umanità, e quando queste forme artistiche perdono terreno lo guadagna il potere, attraverso l'istituzione burocratica, scolastica, poliziesca, psichiatrica etc. Ecco la necessità di Pasolini e di Pasolini.

Come i poveri povero, mi attacco 
come loro a umilianti speranze, 
come loro per vivere mi batto
ogni giorno. Ma nella desolante 
mia condizione di diseredato, 
io possiedo: ed è il più esaltante
dei possessi borghesi, lo stato 
più assoluto. Ma come io possiedo la storia, 
essa mi possiede; ne sono illuminato:
ma a che serve la luce?

VOTO: 4/5

7 commenti:

  1. "Si può sentire senz'altro la mancanza di una politicità che ha portato alla morte dell'autore di Petrolio, ma la cosa non interessa: Pasolini non è un biopic su Pasolini, è un testamento prima umano che artistico, un gesto fraterno, un'elegia verso un uomo la cui perdita segna la nostra esistenza in quanto umani prima ancora che come esseri politici e sociali, ed è questo il punto forte della pellicola, nel fatto cioè di essere riuscita a scardinare Pasolini dal cielo dell'intellettualità che lo slega a noi e averlo come riportato tra noi. Con la sua morte - Ferrara ci mostra - abbiamo perso un amico, un fratello, un padre, non soltanto un intellettuale militante ma anche un qualcuno verso cui ci sentiamo simili e, anzi, siamo noi, e penso che sia questa, in fondo, la grandezza di Pasolini, che ha appunto incarnato la politica nel suo corpo e ha riversato questo nell'arte, così come sono abbastanza sicuro che il film di Ferrara sia un tesoro prezioso perché ci rammenta che l'arte, nella sua più piena politicità, è umana, talmente umana da potere ogni cosa, persino d'annullare la storia, e la morte di un artista è sempre la morte di un'umanità - la sua schiavitù rinnovata. Anzi, in una certa maniera e a voler estremizzare le cose, l'umanità si risolve nell'arte ed è arte: l'umanità è l'arte, ecco il succo del film: il cinema, la letteratura, la poesia etc. non rappresentano un pezzo d'umanità ma sono l'umanità, e quando queste forme artistiche perdono terreno lo guadagna il potere, attraverso l'istituzione burocratica, scolastica, poliziesca, psichiatrica etc. Ecco la necessità di Pasolini e di Pasolini." Penso che queste siano tra le parole più belle che tu abbia scritto sul blog. Detto questo, del film ne riparliamo quando l'avrò visto. Di solito ti leggo in silenzio, ma stavolta non potevo non farti i complimenti.

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    1. Grazie, temevo di essere stato troppo viscerale e mi rincuorano le tue parole, quindi grazie ancora.

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    2. Lo sai che mi piacciono le recensioni "viscerali". Sono quelle che preferisco. E questa sembra così autentica, così sentita, da far venire i brividi.

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  2. grande film anche per me, va visto in modo particolare, è un atto d'amore.

    Ferrara fa quello che non fa Martone, Ferrara si focalizza su un giorno e da lì parte e lì torna, Martone racconta una vita intera in due ore, in modo superficiale, e didascalico.

    Ferrara batte Martone 10 a 0

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    1. Martone è teatro cinematografato, peraltro parecchio pomposo e al contempo scialbo. Ferrara manco lo vede: di un'onestà unica. Peccato che a Venezia fossero in pochi a vederla così.

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  3. Che bella mente hai! Complimenti ragazzo!!
    Stefano

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    1. Grazie, ma finché esistono film così è difficile non avere pensieri perlomeno decenti.

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