71° mostra del cinema di Venezia: The Golden Era (Huangjin shidai)


The golden era (Cina, 2014, 178'), l'ultima pellicola di Ann Hui, è fondamentalmente l'apice della poetica della Hui. Una poetica votata al narrativo - a un narrativo, però, che è storia e una storia che è riflessione sulla Storia. La scrittrice protagonista, infatti, convoglia in sé la peculiarità degli anni Trenta e Quaranta cinesi e, di fatto, Ann Hui sembra interessata a voler intessere, più che una storia romantica, un tentativo che eluda la Storia istituzionalmente definita e si determini come un bagliore originale atto, se non a reinterpretarla, ad abbordarla e vederla, scorgerla da un differente punto di vista. In questo senso The golden era si configura come un biopic su Xiao Hong che travalica la particolarità del personaggio e sfocia in un'universalità che è quella di chi, quell'epoca, l'ha vissuta sulla propria pelle, ma ancora non basta, perché Ann Hui non è attenta esclusivamente alla narrazione ma, pure, al mezzo attraverso cui questa narrazione avviene, ovverosia il cinema, cinema che in The golden era è la sola e unica possibilità di creazione di una sensibilità che sia altra, se si vuole più autentica, rispetto a un grammo di Storia ampiamente deformato dal potere; la pellicola assume così connotati più prettamente metacinematografici, e il fatto che a ogni segmento venga anteposta un'intervista che anticipi ciò che in quel segmento accade e viene mostrato vuole appunto mostrare le potenzialità tipiche del cinema, che non si limita, come la scrittura, a narrare - più o meno soggettivamente - i fatti ma ha in sé una potenza visiva che travalica e amplifica qualsivoglia narrazione, divenendo propria del fruitore. Ecco, The golden era trae la propria potenza proprio da questa complessa concezione di cinema, la quale rinnova la sua specificità e il suo potenziale clamore, ben più pregnante ed eversivo di qualsiasi altro mezzo artistico attraverso cui poter veicolare un determinato oggetto argomentativo: c'è, sì, un'intervista che anticipa gli accadimenti di una determinata sequenza, ma a visionare la detta sequenza si ha come l'impressione che gli intervistati siano stati parziali, che, in fondo, ci sia molto di più da vedere e da cogliere, e, questo sovrappiù di visività, di soggettività e di verità soggettiva, lo si può carpire solamente attraverso il cinema. Certo, non si può parlare di ciò che si vede e non si può vedere ciò di cui si parla, ma Ann Hui pone un limite a questa constatazione, radicalizzandola: siamo certi di parlare di ciò che si vede? Evidentemente, no, perché ogni prospettiva è necessariamente particolare e solamente una visività pura, che è condizione del visivo, dell'oggetto filmato, può oggettivizzare qualcosa che, solo a posteriori, solo una volta vista, letta o ascoltata, può essere introiettata e soggettivizzata, quindi di nuovo vita, letta o ascoltata. Insomma, The golden era, che pure non rinuncia a una pesantezza narrativa che lo rende di difficile fruibilità, si pone al di là dell'oggetto che descrive e tenta di indagare le possibilità del cinema, ed è questo - in fin dei conti - a renderlo una pellicola straordinariamente fresca, innovativa e, senza poi tanti dubbi, seminali. Con la quale è necessario fare i conti.

VOTO: 3/5

Nessun commento:

Posta un commento