71° Mostra del cinema di Venezia: Era apocrypha


Era apocrypha (USA, 2014, 21') è, fuor di dubbio, l'esperienza più esaltante di questa edizione della Mostra del cinema; il cortometraggio di Sweeny, infatti, sembra far di tutto per forsennare lo spettatore, e ci riesce - gli riesce maledettamente bene. Lo snodo centrale della pellicola, una casa, è fondamentalmente l'era del titolo, ed è appunto uno spazio che è una sorta di snodo temporale da cui si diramano vicende che sono echi l'una dell'altra o, meglio ancora, che sono implosioni ammortizzate da ciò che della vicenda rimane una volta implosa e che è, a sua volta, un'altra vicenda, generata dall'implosione di quella precedente, ed Era apocrypha, insomma, è quest'intemperie di frammenti, schegge e scintille in cui il continuum fluidifica ogni fine, ogni termine, ogni morte. Il regista Brendan Sweeny opta per una visività a tutto tondo, nel mezzo della quale linguaggi e parole si mescolano ai corpi che li parlano o li ascoltano, venendo così a formulare un'atmosfera oclofobica e destabilizzante che la mdp gestisce e domina attraverso carrellate lentissime e macchina fissa: «Cercavo una narrazione che non desse una risposta univoca o “giusta”. Piuttosto mi interessava offrire un’esperienza che fosse totalmente individuale, in cui il significato si basasse sempre sull’interpretazione e l’intuito del singolo spettatore». I dialoghi pulp, quindi, finiscono quindi per essere permeati da quell'horror che nel finale disorienta e attonisce, e si ha come l'impressione di essere travolti dal maelström tratteggiato da Sweeny, così abile, poi, nel togliere la terra da sotto i piedi con l'allucinante e allucinato monologo finale, perché tutto si rincorre, in Era apocrypha, e non è strano sentirsi inseguiti, cacciati da qualcosa che siamo certi ci catturerà: la casa diventa una sorta di Overlook Hotel, e per quanto la logica non sia abbastanza per collegare lo stupro di x alla vita di y, il collegamento riesce comunque, e anche y è costretta a soccombere a un rituale che sa molto di satanico, perché l'umanità è un virus e, finché non se ne conosce l'antidoto, questo rimarrà esterno a ogni tentativo di catalogazione e logicizzazione: «Siamo un virus, dobbiamo propagarci fino a imporre la nostra verità». Insomma, una pellicola audace, catartica in un certo senso ma, in un senso ancora più stringente, annichilente, estremamente lucida.

VOTO: 3/5

2 commenti:

  1. Uhh! Questo sembrerebbe proprio formarsi in quei territori più consoni al sottoscritto. Già solamente il titolo invoglia alla grande. Peccato che è un corto, una durata maggiore ci poteva stare oppure no, secondo il tuo punto di vista?

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    1. No, assolutamente. Se fosse stato un lungometraggio sarebbe stato sicuramente meno incisivo, almeno secondo me.

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