71° Mostra del cinema di Venezia: Blood cells



Se si accetta che la disgregazione è prodromo di ogni sofferenza, allora tutto il resto è concesso. Del resto la sofferenza implica una disgregazione, e se così non fosse allora l'unità originaria sarebbe la sofferenza stessa, il che è inaccettabile. Blood cells (Inghilterra, 2014, 86'), i cui inserti contemplativi si legano naturalmente all'intimità di sequenze più narrative, pare partire proprio da questi presupposti, ovvero da una disgregazione immanente che deve essere ricondotta nell'alveo dell'aggregato, che non è un'individualità ma una molteplicità di singolarità: un’epidemia di afta epizootica costringe Adam ad abbandonare il progetto di stabilirsi nella fattoria di famiglia, e quando Aiden, suo fratello, gli telefona per informarlo che diventerà padre Adam, la cui vita è ridotta a sobborghi e lavori temporanei, dovrà fare ritorno a casa o non mettervi mai più piede; il viaggio che ne consegue è, appunto, questo tentativo di rimarginare la disgregazione del nucleo familiare, non tanto per riportare a un'unità ormai deposta e impossibile da recuperare quanto per riuscire a conquistare, sinteticamente, un affetto che è di per sé il valore del singolare che s'unisce al singolare, insomma della molteplicità. Joseph Bull e Luke Seomore propongono così un on the road fuori dagli schermi, in cui la banalità del viaggio è santificata dall'arrivo, dal ritorno: Adam si ritrova a ripercorrere le strade che aveva battute e che l'hanno ridotto ad abitare i margini che abitava, sicché non c'è realmente un «altro», in Blood cells, ma una ripetizione che è perenne e continua, sia questa rappresentata dal refrain del suicidio del padre o inscenata da un'ex o, ancora, da una ragazza disadattata in cui Adam rivede se stesso. La disgregazione prende dunque il sopravvento, e il viaggio di Adam è a tutti gli effetti un viaggio nella sofferenza, destinato a compiersi nella ripetizione della ripetizione, ovverosia nell'avvenire dell'evento che ha iniziato tutto quel circolo vizioso di disgregazione e refrain, cioè la sfortunata avventura del padre con un toro accaduta prima di sparire per sempre; le cellule ematiche del titolo compiono così la dinastia, che non è tanto un ritorno di talune circostanze quanto, piuttosto, una ripresentazione del padre nel presente della vita di Adam: solo in questo modo Adam può accedere alle proprie radici, guardare in faccia la disgregazione e cogliere il lato della sofferenza che nella pellicola appare come una sorta di fattore genetico che lo lega al padre. E allora, forse, potrà tornare dal fratello e riconoscere in lui una familiarità che è, appunto, quella molteplicità in cui convergono le più disparate singolarità.

VOTO: 3/5

2 commenti:

  1. Finalmente qualcosa di interessante, se non altro come compenso allo sbatti di questi giorni festivalieri! Secondo le mie previsioni, però, i due filmoni di questa edizione sono domani: Andersson (no Wes) e Tsuka... Hai letto le sinossi?

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    1. No, con quei due voglio andare a scatola chiusa. Questo ti piacerà, è un gran film. Io comunque aspetto con molta trepidazione il vietnamita e il bengalese.

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