The shelter (L'abri)

Film d'indignazione, L'abri (Svizzera, 2014, 101'), nel senso che nasce dall'indignazione e nell'indignazione si protrae, quasi si nutrisse di ciò che lo compone, L'abriL'abri, ovvero il rifugio, quel recinto in cui vengono segregati gli immigrati africani, rumeni, spagnoli e italiani in Svizzera. Un luogo di divenire rivoluzionario, quindi, o almeno così si direbbe, ma a differenza di film come Qu'ils reposent en révolte (Des figures de guerre) (Francia, 2010, 153'), Melgar preferisce riferire i fatti così come li vede, in maniera più televisiva che cinematografica, quasi si trattasse di un'inchiesta di Report: ecco l'indignazione che lo fa nascere e lo trasforma in un film di pancia, di denuncia, che alla lunga si scorda di essere cinema e si fa televisione. Il divenire rivoluzionario che è palese trovarsi in quel rifugio, infatti, s'assopisce presto sotto le sferzate di una telecamera troppo spesso e malamente inclinata, che fotografa una realtà cui non appartiene e che vuole in-formare per informare lo spettatore riguardo essa. Ed è terribile, tutto questo, perché la pellicola di Fernand Melgar è davvero procreata da un'indignazione genuina e che, di fatto, non può mancare già nella scelta del soggetto, ma quest'indignazione, alla fin fine, marca troppo strettamente il documentario, finendo per marchiarlo collo stigma di un'autorialità opulenta, che smorza e in un certo senso annulla la linea di fuga che trapassa di realtà e fa trapassare nella realtà documentari del genere. Un atto sovversivo mancato, insomma, come tutti gli atti - chiamiamoli - preterivoluzionari della borghesia.

2 commenti:

  1. Nonostante imprescindibili impegni mi trattengano altrove, sono riuscito a ritagliami qualche ora domenica pomeriggio per passare a Locarno, che da casa mia dista non più di due ore di macchina.
    Considerato il poco tempo a mia disposizione ho riposto tutte le mie speranze nella scelta quasi obbligata di questo “L’Abri”, che immagino tu abbia visto stamattina. Speranze che questo “incomprensibile” documentario ha rapidamente soffiato via. Precisamente di documentario si tratta, anche considerando che (non sono sicuro ma sarei pronto a scommetterci) molti dei personaggi visti nel film sono veri senzatetto.
    "Incomprensibile" perché il regista contraddice quelle che erano state le sue premesse pre-proiezione: figlio di immigrati, Melgar aveva dichiarato di aver voluto girare un film a memoria delle sue origini. Ma se voleva essere un film di denuncia, a mio parere, il regista svizzero ha fallito presentando un personaggio (Amadou) che decide di emigrare non per la fame, non per la guerra, bensì attratto da vestiti e automobili.
    Dov’è quindi la denuncia sociale? Dov’è la rivoluzione? Chi sono i buoni e chi sono i cattivi?
    Se viceversa Melgar intendeva addossare a gente come Amadou le miserie del mondo, allora ho paura che abbia fallito due volte, perlomeno a giudicare da commenti “buonisti” e pieni di retorica che ho sentito al termine delle proiezione.

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    1. Purtroppo quella è la realtà, infatti è stato l'unico tocco a farmi interessare alla pellicola, il fatto cioè che diversi emigranti (di alcune zone del mondo, sia chiaro) emigrino per automobili e vestiti. Il resto, come ho scritto nella recensione, mi ha davvero sconfortato, soprattutto appunto perché non lo considero un documentario ma un reportage, qualcosa che ha davvero poco a che fare col cinema e richiama più alla mente la specificità televisiva.

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