The last caravan stop (Odyssées) - Le dernier caravansérail (Odyssées)



Sopravvive in quello che resta, Le dernier caravansérail (Odyssées) (Francia, 2006, 250'), e quello che resta sopravvive in Le dernier caravansérail (Odyssées), ma - in effetti - cosa resta? Si direbbe il cinema, non fosse per il fatto che Le dernier caravansérail (Odyssées) è cinema solamente poi, come dato, ed è cinema in quanto dato, cioè come conseguenza di quel resto che rimane in Le dernier caravansérail (Odyssées) e nel quale Le dernier caravansérail (Odyssées), in ambo le sue due parti (Le fleuve cruel e Le dernier caravansérail), sopravvive. Ma qual è questo resto? Ebbene, è il teatro, ma un teatro che è prima di tutto realtà incamerata prima che ricreata, e già l'occhio macchinico della mdp la fa essere altro da sé, quella realtà: cinema e non teatro. La potenza visiva della pellicola della Mnouchkine deriva da qui, da un epifenomeno che è subito autocoscienza - ed è incredibile, davvero, perché la capacità che la regista di traslare un'arte in un'altra senza cedimenti di sorta è con ogni probabilità unica e magistrale, oltreché necessaria per meglio identificare quella cosa che alcuni chiamano cinema e che altri si limitano a ritrovarla, senza nominarla, in capolavori del calibro di Ten skies (Germania, 2004, 102'), Cove (USA, 2012, 6') e, appunto, Le dernier caravansérail (Odyssées). L'operazione della Mnouchkine, però, è possibile solo nel momento in cui ciò che si trasla è fondamentalmente una realtà, che non è già teatrale ma lo diventa, o diventa cinema - ed è già la stessa realtà, pura, quindi disadorna dei propri caratteri teatrali. Ora, questa realtà è una realtà cosmoteandrica, che rinvia, come suggerisce il titolo, a quel crogiolo che è il caravanserraglio, luogo in cui i viaggiatori, siano essi kurdi, afghani o che altro, si ristorano, si riposano e, soprattutto, s'incontrano; in questo senso, è l'incontro la realtà rappresentata, incamerata, e come tale ciò che è sullo schermo appare nella sua prima generazione, che altro non è se non il suo compiersi. La migrazione, infatti, atto originario dell'incontro, è ciò che sopravvive nel racconto, ed è dunque il resto - quel resto, che si tramuta grazie alle possibilità del cinema e che permuta il cinema stesso, facendone più che un veicolo la voce stessa per quei racconti o, se proprio si vuole, il veicolo di quella migrazione. Di nuovo*, ecco cosa può il cinema, ovvero le possibilità e le potenzialità eminentemente cinematografiche che il cinema, incarnando in maestose pellicole come appunto Le dernier caravansérail (Odyssées), è.


* Il riferimento è alla mia recensione della pellicola di Basinski, Disintegration loop 1.1 (USA, 2001, 62').

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