The iron ministry


Rimane poco, praticamente nulla, di quell'immensa folgorazione che fu Yumen (USA, 2012, 65'), nell'ultima opera di Sniadecki, The iron ministry (Cina, 2014, 82'), eppure qualcosa resta, sebbene in maniera obliqua, forse eccessivamente nascosta: è la durata. La durata di un qualcosa che fondamentalmente è fuori dal tempo e rinnega il tempo, quindi un'eternità che è tale perché all'infuori di essa non sussiste nulla; quel treno, infatti, ha le sembianze di un universo, e vien da pensare a Leibniz, quando scriveva delle monadi, le cui serie causali non si incrociano ma hanno ognuna una visione dell'altra, il che rende appunto le monadi specchi e finestre dell'universo. Come quei palazzi, che esistono soltanto rifratti dai finestrini del treno. Il sistema ferroviario cinese, di cui avevamo qualche notizia grazie alla pellicola di Lixin Fan, Last train home (Canada, 2009, 87'), si riduce così a un treno, così come quella Cina che vede la modernizzazione trasformarsi in un moloch inquietante e indomabile è tutta e soltanto (in) quel treno, con le sue spaventose e labili prossimità (non macchina o essere umano ma macchina ed essere umano). Tre anni di riprese hanno portato a questo, e per quanto l'astrattismo delle suggestive scene iniziali lasci comunque intravedere una via di fuga dall'universo-treno ora sappiamo anche che quella linea di fuga non è che una proiezione intrinseca e implicita del treno, che addirittura lo costituisce ed è sempre vissuta dal di dentro, mai esternamente: l'attesa, più utopica che speranzosa, di un futuro migliore nei discorsi di quattro giovani, il piano-sequenza tra le gambe dei viaggiatori, il bambino che schizofrenizza l'istituzione che regola il comportamento nel treno - ecco, queste sono tutte facce di uno stesso poliedro, e che lo costituiscono, quel poliedro. In ciò, The iron ministry, che pure risente, seppur lontanamente, di una certa influenza da parte della cinematografia di Wang Bing, soprattutto dal punto di vista d'approccio verso l'oggetto documentato più che per lo stile (si prenda l'inizio de Tie Xi Qu: West of the tracks (Cina, 2003, 556'), anch'esso ambientato in un treno, e lo si compari a quello di The iron ministry), si presenta come un documento da consultare a tutti i costi, perché, come Qu'ils reposent en révolte (Des figures de guerre) (Francia, 2010, 153'), presenta un focolaio in cui resistenza e potere sono strettamente connessi, quasi indiscernibili nella loro perpetua istituzionalizzazione, e così facendo trapassa se stesso, The iron ministry, ponendosi, sì, come specificità cinese ma anche, e soprattutto, come monade, che per quanto nazionale, esclusiva, identitaria e quant'altro possa essere è specchio dell'intero universo, di cui anche noi europei, lo si voglia o meno, facciamo parte, perché, sì, in fondo siamo tutti coinvolti nel medesimo divenire rivoluzionario.

2 commenti:

  1. "Passeggeri, attenzione per favore! Il treno si sta muovendo rapidamente, quindi si prega di sporgere il più possibile le mani dai finestrini, così è più facile perderle all'improvviso... E se vi ritrovate con i piedi sopra la testa, siete arrivati all'ultima fermata: il cielo"...
    Prologo da brividi!

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