Still the Water (2つ目の窓)


Futatsume no Mado (Giappone, 2014, 110'), l'ultima pellicola di Naomi Kawase, è fondamentalmente un film di mestiere, fatto cioè da chi, il mestiere, lo sa fare e lo padroneggia - si può dire - alla perfezione, il che perviene all'occhio immediatamente, già da quelle prime, estasianti inquadrature oceaniche in cui onde si fanno e si rifrangono sulla scogliera; un film di mestiere, però, è anche un film fatto da chi, il cinema, lo fa di mestiere, e come ogni mestiere pure il prodotto cinematografico intende definirsi - non solo ma anche - in vista della fruibilità, il che non significa necessariamente porsi da un punto di vista ammiccante e piacione, commerciale per così dire, ma fare in modo che la pellicola abbia una fascia, più o meno precisa, di pubblico. Ecco, il lungometraggio della Kawase si altalena tra questi due livelli, e in sostanza è un buon film, non fosse altro che, viste le potenzialità sprigionate da diverse sequenze (lo sgozzamento dell'agnello, le chiacchierate in spiaggia all'ora del tramonto etc.), queste vengono infine a smorzarsi nei momenti più narrativi, e diciamo pure didascalici, visto che, di fatto, sono loro a orientare la pellicola ed è infine come se giustificassero i momenti più contemplativi. Di per sé, infatti, Futatsume no Mado potrebbe benissimo essere letto come una sorta di viaggio dal mare verso il mare: dentro il mare. La danza acquatica che si consuma a fine pellicola, del resto, non è la chiosa della stessa ma punto d'arrivo ineluttabile, quasi telefonato dalle prime inquadrature, e sono, questi, momenti intensi per il silenzio che accumula in sé i vari e vaghi suoni della natura, che in Futatsume no Mado è l'unica protagonista. Al centro di questa cornice, però, la storia avanza, e per quanto pochi sono infine gli avvenimenti (l'uomo ritrovato morto in mare, la malattia della madre di Kyoko, il rapporto tra Kyoto e Kaito) a catalizzare anche le immagini più estatiche ed estetiche, che non dunque non trovano in sé la propria risoluzione. In un certo senso è come se la natura fosse l'immagine cinematografica, e questa avesse bisogno costantemente dell'uomo (leggi: dell'autore-narratore) per esistere e sussistere. Insomma, un buon film a conti fatti, e probabilmente non c'è da dar torto a chi parla di esso come della summa della poetica della Kawase; resta però il rimpianto, almeno per il sottoscritto, che sia ancora una pellicola la cui evoluzione è data dalla rivoluzione e non dall'involuzione, dalla trama che, con i suoi, seppur esigui, avanzamenti narrativi, porta la mdp a immergersi in quell'oceano che prima scrutava dal di fuori. 

4 commenti:

  1. Come sai, quel poco visto finora della Kawase mi è piaciuto (un pò meno il corto "Koma" - anche se quel finale è da approfondire), ma credo anch'io che pur avendo sfornato dei bellissimi film, le manchi ancora un autentico capolavoro. E se come scrivi, le voci chiaccherano sulla possibilità che sia questo, allora, forse è meglio prendere il tutto con le pinze. La Natura, nei suoi film, è sempre e comunque la protagonista principale, e questo è già importante.

    P.S. Ma è quello passato all'ultimo Cannes?

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    1. Sì, è quello. Comunque, ecco, dubito che ti esalterà: è un buon film, e ha i suoi inserti contemplativi, ma è come se fossero al margine di una narrazione che, di fatto, la fa da padrone e sfuma il lato più contemplativo della pellicola.

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    2. Credo d'aver capito a quale fonte ti riferisci riguardo "la summa della poetica della Kawase", ho letto anch'io quelle dichiarazioni e non mi ci trovo troppo d'accordo; come immaginavo, dal mio punto di vista siamo parecchio distanti dalla potenza di "The Mourning Forest", giusto per citare quella che considero la sua prova migliore. Concordo invece perfettamente con quanto hai scritto; qui, è la storia ad orientare effettivamente la pellicola. L'aspetto più contemplativo (il mare, le panoramiche delle montagne: elementi significativamente portanti nella precedente filmografia della regista, vedi anche "Hanezu") sembra sopravvivere esclusivamente come cornice. Eccezion fatta, per quel segmento centrale (decisamente toccante) dove viene sgozzato l'agnello in quanto se noti, al momento della sua morte (l'agonia è insopportabile) il suono della Natura cessa improvvisamente. Rimane il silenzio ("ora è lo spirito") per una manciata di secondi finchè, gradualmente, essa torna a respirare: Ecco, allora si, in quella frazione di tempo che si sospende, a mio modesto parere c'è tutta la poetica della Kawase...

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    3. Hai ragione, quella scena è davvero straordinaria, ha messo un groppo in gola anche a me. Purtroppo, come sai, non sono a mio agio con pellicole così narrative, anzi mi sembra proprio che certe scene passino in secondo piano e trovino in un certo senso la propria raison d'etre all'esterno di esse, cosa che per un benninghiano come il sottoscritto (chiedo scusa a Benning, ma ormai mi reputo tale) è insopportabile e impensabile.

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