Mexico


Mexico (Canada, 1992, 35') è il luogo della rovina: rovina dell'immagine filmica, in primo luogo. Steve Sanguedolce e Mike Hoolboom, infatti, ricercano il disastro e pongono il disastro come base, come fulcro di ciò che può essere il visivo, tant'è che in un certo senso tutto ciò che può essere visto, ovvero tutto ciò che in Mexico si vede, è la rovina, il disastrato, ciò che è stato. Ora, il «c'è stato», stando così le cose, era allora, nel suo tempo presente, invisibile: la sua visibilità è data appunto dal fatto di essere un passato remoto, qualcosa che il tempo ha demolito, disgregato: la fabbrica d'automobili, il cimitero, la corrida, l'industria - tutti elementi che sussistono nel tempo per il fatto di essere nel tempo come un cadavere, che è, sì, nel tempo ma giusto perché salma di una vita disincarnata, che è, appunto, stata. Tuttavia, la somiglianza che si instaura tra il cadavere e la persona che visse quel corpo non è da considerarsi dal punto di vista della persona, perché essa era invisibile: è il cadavere che assomiglia alla persona che fu, che gli dà, in una certa maniera, compiutezza e senso - visibilità. In fondo, come posso io assomigliare al cadavere che non sono? È il cadavere che assomiglia al me che sono stato. Ecco, volendo traslitterare tutto ciò in termini d'economia e politica, e cioè trattando non più di vita e di morte ma di progresso e di regresso, si avrà sostanzialmente Mexico, una documentario sperimentale che recupera il progresso dal regresso e, con una potentissima carica critica nei confronti del colonialismo e dell'imperialismo che hanno distrutto la terra, il popolo e la cultura messicani, volge alla ricerca di quell'identità che è visibile solamente nella contaminazione che la incancrenisce e la uccide: il Messico che è stato, ineluttabilmente perso per essere quindi ritrovato, come spoglia; in un certo senso, forse, non si può che parlare di cadaveri.

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