May they rest in revolt (Figures of war) - Qu'ils reposent en révolte (Des figures de guerre)



In un'intervista rilasciata a l'Unità, Sylvain George ebbe a definire i propri film come «poesie poetiche incendiarie», perché bruciano quello che brucia, ma cosa brucia in Qu'ils reposent en révolte (Des figures de guerre) (Francia, 2010, 153')? Ebbene, brucia il ghetto di Calais, dove il governo francese tiene segregati gli immigrati, i disoccupati e insomma ciò che il capitalismo ha creato - ma sarebbe meglio dire istituito - come residuale; qui, il regista trascorre tre anni per raccogliere i frammenti che andranno a comporre quest'immensa epopea tragica, poetica e politica che è Qu'ils reposent en révolte (Des figures de guerre), un capolavoro d'attivismo politico che sprigiona le potenzialità del cinema come credo soltanto James Benning, con Ten skies (Germania, 2004, 102'), sia riuscito a fare. E sono potenzialità, oltre che estetiche, eminentemente politiche, perché Sylvain George s'infiltra in un territorio che l'istituzione ha striato affinché fosse dominabile. Ora, la dominabilità di questo territorio è fondamentalmente una prevedibilità: porre in uno stesso spazio gli individui sopra descritti significa congiungere identità ben diverse, sia dal punto di vista etnico che da quello ideologico, ma la congiunzione adopera appunto una sintesi, che travalica le differenze e aggiunge alla differenza una relazione fondata su un'identità di base, che è appunto quella di ritrovarsi in quello spazio d'emarginazione, ed è quest'identità a descrivere la comunità come un focolaio di resistenza e di rivolta; in questo senso la resistenza e la rivolta sono dominabili perché prevedibili e sono prevedibili appunto perché create in seno all'istituzione dall'istituzione stessa, che tende a omogeneizzare lo spazio intendendolo esclusivamente come un ricettacolo di residui capitalistici e non, invece, come un melting-pot che dà luogo ad incontri che sono di per se stessi modi d'individuazione, di creazione, di novità. Così, mentre lo Stato entra nello spazio della segregazione soltanto con la polizia, lo spazio della segregazione si fa tangente in modo trasversale, concatenando individui che perdono la propria individualità per acquisirne una nuova, gregaria, che è quella della comunità in senso lato. L'operazione di tagliarsi o di bruciarsi i polpastrelli, per esempio, ha il doppio effetto di sfuggire ai dispositivi di irreggimentazione attuati dalle politiche europee e, d'altra parte, di formulare un'uguaglianza identitaria all'infuori dello Stato: «Questa azione molto forte è compiuta di continuo dai migranti a Calais. Ricordiamoci che le leggi di Dublino II vietano a una persona, le cui impronte digitali siano state registrate in un Paese X della Zona Schengen, la possibilità di richiedere asilo in un altro Paese. Queste impronte sono immediatamente inserite in uno schedario, Eurodac, che i Paesi dell’Unione possono consultare. Per alcuni migranti l’Europa diventa dunque un gigantesco campo. Per sfuggire al sistema Eurodac, i migranti le cui impronte sono state prese ad esempio in Grecia o in Italia, si bruciano le impronte digitali con dei ferri arroventati o con dell’acido per auto o in altri modi. È un’operazione estremamente violenta a vedersi e che ha un significato terribile: dire che L’Europa marchia a fuoco i migranti non è più una metafora. Ma, nello stesso tempo, il fatto di bruciarsi le dita è un dispositivo escogitato dai migranti per scampare al sistema difensivo dell’Europa in guerra contro di loro. Si tratta di un vero e proprio contro-dispositivo che permette a molti migranti di arrivare in Inghilterra senza poi essere rispediti in Italia o in Grecia. Mi è capitato di filmare questa operazione, assolutamente fondamentale per chi si trova a Calais (e ripetuta quotidianamente), in due o tre occasioni, non certo a fini spettacolari, ma per mettere in evidenza questo aspetto cruciale»*. Si capisce bene, dunque, la scelta registica che trova nel frammento il grado zero di Qu'ils reposent en révolte (Des figures de guerre). La figura della rivolta, infatti, come del resto quella di un insieme gregario capace di abbattere lo spazio istituzionalizzato della reclusione, è una figura in divenire ed è una figura del divenire, nel senso che giace ancora in un carattere che è molecolare, pre-organico, ma è questo a dare a George Sylvain la possibilità di far sprigionare la potenza del cinema, perché è giusto questo carattere molecolare a indifferenziare lo spazio fino renderlo valevole per qualunque altro regime di dominio: Calais come le favelas o Gaza. Riprendendo un esempio di Gabriel Tarde, se è vero che è impossibile definire l'inizio di una rivoluzione, poiché ciò significherebbe individuare i primi contadini che hanno smesso di salutare il padrone, allora Qu'ils reposent en révolte (Des figures de guerre) riesce davvero a sprigionare interamente le potenzialità del cinema, poiché presenta, in maniera aderente ai più disparati sistemi di dominio e di resistenza, quell'originarsi rivoluzionario che è il divenire, ovvero quella macchina da guerra che liscia il territorio striato dall'istituzione: «Macchine da guerra si costituiscono contro gli apparati che si appropriano della macchina e fanno della macchina il loro problema e il loro obiettivo: esse fanno valere le connessioni, di fronte alla grande congiunzione degli apparati di cattura e di dominio»**. Ecco, allora, che il riposo della rivolta si fa divenire, e ogni divenire è di per se stesso rivoluzionario, perché travalica i modi in cui il presente si fa argine di un passato che ha costituito se stesso in vista del dominio sul presente, in vista di un presente adatto al proprio dominio, conformato a esso. Un esempio banale può essere il presente della crisi economica, che altro non è se non l'argine di un passato - quello di Reagan e della Thatcher, per l'appunto - che ha varato, sì, la distruzione della classe media ma senza riuscire infine a dominare ciò che la distruzione della classe media comporterà nel proprio divenire. Così per il ghetto di Calais; lo stato di polizia, infatti, pur riuscendo, ora, a sedare la rivolta o, meglio, a renderla quiescente, non potrà fare a meno di originare un divenire rivoluzionario che è implicato nella presente quiescenza di rivolta, che è intrinseco a essa: l'identità emerge dalla differenza, ma quest'identità è un'identità d'insofferenza e di rabbia nei confronti della differenza istituita con la creazione del ghetto di Calais, sicché la ghettizzazione altro non è se non un prodromo di un divenire rivoluzionario ineluttabile. Avant la guerre.

* Intervista di FilmIdee a George Sylvain.
** Gilles Deleuze & Félix Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia.

13 commenti:

  1. Et avant la guerre, puis!... Ormai è prossimo (dopo Atlas, ovviamente :) ma in ogni caso, visione imprescindibile e inoltre, da pelle d'oca la storia delle impronte digitali. speriamo emerga al più presto anche "Fragments" quindi (ottima scelta tra l'altro, per la testata della tua pagina FB)

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    1. Sylvain George è uno dei più grandi registi di sempre, e basta questo "Qu'ils reposent" a dimostrarlo. "Fragments" e "Vers Madrid", li immagino già come delle esplosioni poetico-politiche, e pure io non vedo l'ora di visionarli.

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  2. "Poesie poetiche incendiarie" questa definizione mi ha ricordato molto il cinema di uno dei miei registi preferiti in assoluto: Pier Paolo Pasolini. E in effetti sia Sylvain George che PPP sono due poeti che fanno del cinema un ordigno politico altamente incendiario. Ho amato davvero moltissimo questo film, grazie infinite per avermelo fatto scoprire. Non vedo l'ora di vedere gli altri film di Sylvain George.

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    1. Orpo, mi era sfuggito questo commento! Comunque il paragone con PPP ci sta tutto: in un certo senso, sia Sylvain George che PPP hanno incarnato l'arte nella vita, facendone un gesto politico come pochi altri ai loro tempi, di una potenza espressiva ed eversiva straordinaria.

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  3. Ciao, non è che avresti un link per scaricare questo film?

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    1. Non c'è un link, ed è un bene che non ci sia. Comunque o io o Marras te lo passiamo prestissimo.

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  4. Non è che hai modo di passarmelo?E' da tanto che vorrei vedere questo film, soprattutto da come ne hai spesso parlato. Quando Foucault parla di eterotopie, credo che si riferisca proprio a questo o come succede anche in Agrarian Utopia per contrasto.

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    1. Ciao, purtroppo non ho con me il mio HDD, quindi per ora mi trovo impossibilitato a passartelo. Comunque scrivimi a talkinmeat@gmail.com ché appena riesco te lo faccio avere, se non l'ho perso.

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  5. Ciao...volevo chiederti solo un' informazione. Nei tre film di Sylvain George i dialoghi sono molti?
    Chiedo questo solo per sapere se, non sapendo così bene l'inglese,io possa comunque vedere e comprendere la filmografia del regista.
    Grazie

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    1. Nell'ultimo sono un po' di più, ma si seguono bene: è cinema, contano molto le immagini, e le parole, quando ci sono, non fanno che formare una sorta di ideogramma, quindi qualcosa che è comunque visivo, pur essendo grafico. Ti consiglio di vederli.

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  6. Sono molto incuriosito anche io, se possibile potresti passarmelo?

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