Light in the yellow breathing space


Per quanto mi riguarda non sono mai stato un appassionato della cinematografia sudcoreana. Kim Ki-duk, per esempio, non mi ha mai colpito se non in qualcuna delle sue prime opere, e se parliamo dei supposti e presunti grandi geni della cinematografia coreana (Bong Joon-ho, Kim Ji-Woon, Park Chan-Wook) basterebbe dare un occhio alle loro più recenti trasferte per rendersi conto che non hanno granché da mostrare, se non la loro venialità. Rimangono in pochi, dunque, nella Corea del sud ad appassionarmi. Gente come Hong Sang-soo, per fare un nome, o immigrati del calibro di Vimukthi Jayasundara, sri-lankiano che proprio dalla Corea ha visto produrre il suo più recente mediometraggio, Light in the yellow breathing space (Corea del sud, 2012, 40'). Con questa preziosa opera di morte e rinascita ci troviamo di fronte a un qualcosa d'impossibile decifrazione, e scrivo impossibile perché la poeticità delle immagini, nell'amalgama altalenante tra il surrealismo e il religioso, trova appunto in uno stato etereo, quasi trascendente, il proprio statuto d'essere: un uomo sta morendo, così porta il proprio figlio nel luogo più bello della Terra per spirare e mostrargli quindi il senso dell'esistenza. Con un finale paragonabile, per impatto emotivo, a quello di Mundane history (Thailandia, 2009, 82'), il mediometraggio di Jayasundara si profila mediante toni elegiaci e contemplativi, che qualcuno ha voluto ricondurre alla figura del padre del regista, scienziato sul punto di comprovare la tesi della reincarnazione, alla quale lavorava da tempo; più interessante rispetto a certe questioni genealogiche, però, credo sia l'astoricità della pellicola, che fa della tragedia presente in essa un qualcosa di cosmico e cruciale, che inerisce l'esistenza in quanto tale, addirittura dal punto di vista biologico-molecolare: la morte, e una bellezza che solo questa può dischiudere al fine di rischiarare ciò che va a sbiadire, ciò il cui consumo ha portato, appunto, alla morte: la vita, che non è senza senso ma senza significato, perché, il senso, la vita ce l'ha, e a differenza del significato il senso è aleatorio, mai irrigidito, sempre pronunciabile da diverse voci, che accumula nell'univocità che esso è conservando ogni singola sfumatura di ogni diversa voce - e non è questo, ciò che fa anche l'arte, in particolar modo il cinema? Ecco, Jayasundara riesce nel mirabile intento di far proliferare la vita nella morte, la bellezza nel punto in cui ciò che è bello svanisce e compare per la prima volta, e sintetizza questi momenti nell'opera d'arte, che infine altro non è se non vita che rinasce dopo una morte che l'ha tramutata in qualcosa di diverso dalla vita che era, e ciò in bellezza, reincarnata. Il tema della reincarnazione assurge infine a estremo computo di una vita in continuo trapasso e che, come tale, diviene esistenza pura e semplice, perché non è importante, come fa la medicina occidentale, curare la malattia nella vita (si ritroverebbe comunque la sua essenza nella vita stessa) ma, come invece si premurano di fare alcuni scienziati orientali, come il padre di Vimukthi Jayasundara, progettare la vita come molecola di un'esistenza in continuo divenire, che trapassa la vita e la realizza nel momento in cui questa si supera sbiadendo e divenendo altro da sé, ovvero nuova vita: il che è bellezza, senza dubbio.

14 commenti:

  1. Che dire, nelle ultime settimane stai sfornando un gioiellino dietro l'altro. Sulla filmografia coreana generale concordo pienamente con quanto hai scritto; il recente declino degli autori succitati, le cui opere un tempo suscitavano anche un certo interesse, non spinge di certo ad approfondire sulla cinematografia coreana. Ma questo "Light in the yellow breathing space" sembra un pesce fuor d'acqua, discostandosi totalmente dal resto, e attira in maniera incredibile. Già di per sè il tema, ma non per ultimo, anche per l'accostamento allo straordinario finale di quel "Mundane History"...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sì, in effetti ultimamente sto scrivendo di pellicole niente male, ma il meglio deve ancora venire. Questo, comunque, ti sbalordirà, ne sono sicuro.

      Elimina
  2. Diciamo che gli autori coreani hanno fatto grandi cose dalle loro parti e hanno dovuto abbassare i loro standard una volta fatta la trasferta americana.
    Discorso a parte per Chan-wook Park, che ha fatto quella meravigliosa Trilogia della Vendetta ["Old boy" credo sia il mio film preferito] e poi, anche in patria, si è davvero perso.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Boh, sì, diciamo che secondo me è un filino sopravvalutata tutta la baracca, e non è un caso che gli States abbiano puntato molto sulla Corea del sud. Chan-wook ha delle trovate interessanti, ma purtroppo si perde...

      Elimina
  3. Perdona la domanda poco inerente, ma Hong Sang-soo cos'ha di speciale?
    A Venezia ho avuto modo di vedere il suo ultimo lavoro, Jayuui Eondeok, e sono rimasto basito dalla mediocrità di regia, fotografia, diegesi e, soprattutto, linguaggio.
    È stato un episodio poco felice della sua filmografia o il suo cinema consiste proprio in questo?

    Riguardo Kim Ki-duk, beh, potrei anche darti ragione, dal 2007 è in costante caduta libera (e pensare che l'anno prima se n'era uscito con quel gioiellino di Time) e quest'anno sembra aver toccato il fondo con One On One (che concettualmente è pure carino, ma è tutto il resto che non funziona).
    Chissà che fine ha fatto il Kim Ki-duk di L'Isola, Primavera..., Ferro 3, L'Arco e Time.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Il suo cinema consiste proprio in quello. È un cinema spiccio, detto in maniera molto diretta, senza troppi fronzoli. In fondo, Hong ha sempre girato lo stesso film (e forse anche alla stessa identica maniera).

      Elimina
    2. Ah, allora temo farò a meno di dargli una seconda opportunità.

      Colgo l'occasione per divagare ulteriormente, se non ti disturba: hai visto The Tribe di Miroslav Slaboshpitsky?

      Elimina
    3. Mavvà? Pensavo avresti detto il contrario.
      A mio avviso è un piccolo capolavoro: lo spietato realismo (se si può chiamare realismo) percepito come un qualcosa di grottesco. È destabilizzante.

      Elimina
    4. Brakhage diceva che il realismo - almeno nell'immagine cinematografica - è un'invenzione dell'uomo...

      Elimina
  4. "Realismo" l'ho buttato un po' lì, in mancanza di un termine migliore. Tra l'altro mi sento un po' prospettivista, non mi stavo riferendo in alcun modo ad una presunta oggettività della realtà (nell'immagine cinematografica), ehe.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. E quindi perché Plemya t'è piaciuto?

      Elimina
    2. Per quello che ho scritto sopra, tra le altre cose.
      Certo, puoi sostituire a "realismo" il termine "verosimiglianza", ma lo vedo come un giochetto linguistico di poco conto.
      A te, piuttosto, perché no?

      Elimina
    3. Mah, perché non lo trovo un bel film. A parte che film del genere mi son venuti a nausea, ma, a ogni modo, trovo che sia un film abbastanza finito, disonesto: che voglia mostrare una data situazione da cui, però, si discosta per rapportarvisi soltanto con un senso di pietismo davvero becero.

      Elimina