Invincibles (Los invencibles)


C'è senz'altro qualcosa di buono, nel cortometraggio di Barbero e Guerra, Los invencibles (Spagna, 2014, 30'), ma questo qualcosa si perde - e tutto non è più lo stesso. Eppure forse è questa l'autenticità di Los invencibles: la perdita. La perdita di un'invincibilità prima di tutto, quindi della propria vita; la famiglia che trascorre le vacanze in un bosco che inghiotte e disperde, colle luci soffuse che traspaiono dalle foglie degli alberi, è infatti destinata a scomparire, ma questa scomparsa non è degna di sconforto, perché, di fatto, non scompare e non rimane, dilatandosi com'è d'uopo nel dolore: come fastidiosamente premette la voce fuoricampo nel momento incipitiale della pellicola, l'uomo viene dall'acqua e nell'acqua ritorna, per cui la perdita, ovverosia la morte, non è mai tale, e il fatto che ciò sia più o meno condivisibile non satura l'incomprensibilità residuale della perdita, e questo, appunto, perché manca, in Los invencibles, l'incomprensibilità che accompagna la perdita ed è fondamentalmente dolore. Certo, possiamo rinascere, e forse non moriamo mai - ma come giustificare, allora, il dolore? Ecco il momento più debole del film di Barbero e Guerra, il fatto cioè di scadere nel didascalico e dimenticarsi che il dolore c'è, perché l'insicurezza è umana così come l'ignoranza, e l'uomo una cosa sa per certo: che deve morire. Rimane un tentativo esistenziale, eroico per certi versi, ma è ben lungi dal radicalizzarsi e farsi qualcosa che possa toccare il corpo dello spettatore.

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