From what is before (Mula sa kung ano ang noon)



Mula sa kung ano ang noon (Filippine, 2014, 338') mostra un radicale slittamento di Lav Diaz rispetto a quello che era il suo cinema, e forse lo spartiacque è proprio quel Florentina Hubaldo, CTE (Filippine, 2012, 360'), dove già era evidente un mutamento di pelle del regista filippino. Ora, la pelle è visibilmente mutata e con Mula sa kung ano ang noon il lato più contemplativo della poetica di Lav si smussa in favore di una narrazione più articolata e ingerente: 1972, Marcos proclama la legge marziale e la pellicola di Diaz si concentra fondamentalmente sugli anni che hanno preceduto quell'emendamento. «Questa è la storia di un cataclisma. Questa è la storia del mio paese», dice proprio Lav Diaz, in voice-off, nel momento incipitiale del film. La storia si fa così racconto orale per immagini, e il cinema diventa oralità, termine che non è mai mancato nei lungometraggi del filippino, e sfocia infine nel memoriale, se non addirittura in una vera e propria incisione lapidaria, iscrivendo la propria storia nella Storia e, anzi, facendo di questa la sua storia; è lo sfocio necessario di un cinema che si è andato facendo sulla Storia per divenire Storia - nell'etica più profonda della new wave filippina, da Himala (Filippine, 1982, 124') a Autohystoria (Filippine, 2007, 95') - e non semplicemente (e sterilmente) storia della Storia. Per questo diversi temi che hanno venato le pellicole precedenti di Lav Diaz, dal suolo minerario di Naked under the moon (Filippine, 1999, 112') e Butterflies have no memories (Filippine, 2009, 61') sino alle coltivazioni di riso in Evolution of a filipino family (Filippine, 2004, 540'), trovano proprio in Mula sa kung ano ang noon il loro punto d'incontro, perché è proprio questo il film con cui Diaz mette le carte in tavola e mostra ciò finora aveva rilegato nel fuori-campo e fatto emergere come conseguenza; in questo senso, Mula sa kung ano ang noon è il bagliore, è la condizione di possibilità di quanto è stato sinora mostrato, Batang west side (USA/Filippine, 2001, 300') a Century of birthing (Filippine, 2011, 355'), ed è, dunque, la visibilità, la luce che bagna gli oggetti in Death in the land of encantos (Filippine, 2007, 540') e li rende possibili di contemplazione, poiché, come insegna Foucault, non si può parlare di ciò che si vede e non si può vedere ciò di cui si può parlare (Questo non è una pipa, riprendendo Magritte, per cui, sì, si può parlare di ciò che si vede, ma non sarebbe interessante, perché è sotto gli occhi di tutti). Ciò è giustificato anche dal punto di vista cronologico, ed è appunto cronologicamente che il catastrofico è evidenziato ancora sotto forma di catastrofe: se i film precedenti di Lav Diaz mostravano le catastrofiche conseguenze della dittatura di Marcos, Mula sa kung ano ang noon mostra la catastrofe, l'esplosione dell'ordigno le cui radiazioni saranno ciò che protrarrà la catastrofe e renderà l'evento, ovvero l'esplosione, degno dell'appellativo di catastrofe: la repressione che premette alla rivoluzione di Hesus the revolutionary (Filippine, 2002, 112'). Ora, i dissidenti occultati in Melancholia (Filippine, 2008, 450') hanno un nome e un volto, e l'abisso sta proprio nel fatto che il loro volto, i loro corpi saranno i corpi di chiunque; il barrio su cui si concentra la trama di Mula sa kung ano ang noon e il cui spopolamento ricorda, per certi versi, quello della comunità in Sátántangó (Ungheria, 1994, 435') è infatti una sorta di paradigma delle Filippine, e la sua è, di fatto, la sorte delle Filippine: ciò che avverrà nel tempo è ciò che, qui, è già avvenuto così come ciò che qui è mostrato è ciò che Lav aveva già mostrato. Si direbbe, a questo punto, che Mula sa kung ano ang noon sia uno spartiacque soltanto dal punto di vista stilistico, e in effetti è così; più profondamente, invece, è più probabile che con Mula sa kung ano ang noon, nel suo maestoso minimalismo, si chiuda, aprendosi, un ciclo, cui Lav Diaz ha dedicato non solo il proprio cinema ma anche la propria vita, arrivando infine non solo a raffigurare se stesso nelle Filippine ma a trasfigurare il cinema nell'unica possibilità di (r)esistenza possibile.

3 commenti:

  1. Che film! Anche io ho percepito questo "mutamento" della pelle di Lav di cui hai parlato e sinceramente non vedo l'ora di vedere come si evolverà in futuro. Questo Mula sa kung ano ang noon è entrato prepotentemente tra i miei Lav preferiti insieme a Century of Birthing (mi manca però da vedere Florentina Ubaldo che mi puzza di capolavoro assoluto), per me in quest' ultima epopea si arriva a livelli incredibili sia dal punto di vista estetico (la bellezza della scena del suicidio delle sorelle è qualcosa dei inarrivabile) sia da quello politico (l'enorme finale). Lav si riconferma il più grande regista etnografico di sempre, nonché uno dei più grandi viventi.

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    1. Onestamente, mi è difficile trovare un metro di paragone per "Mula..." e per ciò che è stato prima. Sembra che solo con "Norte..." funzioni. "Death in the land of encantos", per esempio, resta inarrivabile, ma questo perché "Mula..." gioca totalmente su un altro terreno. Sarebbe come paragonare "Batang..." o "Geronimo" a "Melancholia" e "Heremias". Qui credo che Lav Diaz abbia davvero tentato di giocare il tutto per tutto e fare il punto del suo cinema con una sorta di preludio concettuale (il lavoro di sceneggiatura è micidiale e riuscitissimo, penso uno dei più grandi e complicati dell'intera storia del cinema). La domanda, però, rimane ancora aperta: quando arriverà la principessa lucertola?

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    2. http://it.adventuretime.wikia.com/wiki/Principessa_Lucertola

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