Buzzard



Difficile, davvero difficile per il sottoscritto sopportare un film simile, eppure la pellicola di Joel Potrykus stupisce e colpisce, discostandosi di parecchio da quel cinema statunitense di matrice narrativa che, negli anni, è degenerato fino agli ultimi di Tarantino (le eccezioni esistono, e una di queste si chiama James Benning. Un'altra, Mark Peranson), e questo perché Joel Potrykys propone un cinema dell'eccesso che lavora di sottrazione, mischiando un'estetica fondamentalmente lanthimosiana con dialoghi tipici del Palahniuk degli esordi; certo, rimane quell'ossessione della citazione a tutti i costi (Dèmoni (Italia, 1985, 88) di Lamberto Bava e Taxi driver (USA, 1976, 113') di Scorsese, che vengono richiamati in maniera davvero smaccata), ma anche questa trova i suoi momenti di estasi nel momento in cui riesce a svincolarsi dal manierismo che le è proprio per riformularsi diversamente e in maniera propria, consona e lineare rispetto alla pellicola (il richiamo a Gummo (USA, 1997, 89'), per esempio). Insomma, è un film che convince e a tratti - a lunghi tratti - entusiasma, Buzzard (USA, 2014, 87'), e ciò credo sia innanzitutto dovuto al fatto che fondamentalmente rimanga se stesso, senza emulazioni né ebefrenie di sorta, ma anche senza quelle pretenziosità che troppo spesso rovinano i film, rendendoli fastidiosi: è, in tutto e per tutto, un incubo, come il Nightmare (USA, 1984, 91') di Craven che costantemente richiama e di fatto vena la pellicola. L'incubo di Marty, un ragazzo che colle sue truffe tenta da una parte di sopravvivere e dall'altra di mostrare il medio al sistema, è infatti reale, ma è reale perché Marty si trova ben presto a essere l'incubo di se stesso; in questo senso, Buzzard risente di quello strutturalismo levistraussiano elevato all'infinito di Althusser, che nella struttura ha trovato qualcosa di invalicabile, un utero-tomba in cui si nasce e si muore, e può apparire reazionario, Buzzard, e in effetti lo è, perché la libertà che Potrykus mostra nel finale è sostanzialmente una perdita d'identità, quindi una pseudo-libertà, la cui verità si trova solamente in seno all'istituzione. Ma poco importa, perché Buzzard è in fondo un film statunitense, e bisogna dunque prenderlo per quello che è: una linea di fuga rispetto al cinema americano contemporaneo e nient'altro. Perché l'altro è qualcosa di terribilmente disperante e reazionario.

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