Amori e metamorfosi


La più grande delusione del 67° festival di Locarno è forse questo Amori e metamorfosi (Italia/Francia, 2014, 88') dell'israeliana Yanira Yariv, e ci sono pochi dubbi a riguardo: la coproduzione tra Italia e Francia, infatti, lascia basiti di fronte alla pochezza di cinema che riesce ad espandere, e di fatto si ha come l'impressione che non sia realmente cinema ma teatro filmato. E teatro molto scrauso, tra l'altro. Al di là della facile critica sociale (la transessualità ma non solo), infatti, la pellicola della Yariv riesce smorzata da una regia che non trova il proprio statuto ontologico, e finisce per trasformarsi in una ripresa del già visto: le Metamorfosi di Ovidio vengono lette da una voce quasi esclusivamente fuoricampo, e la mdp si limita a mostrare ciò che la voce enuncia, il che è come ritrovarsi a parlare di ciò che è davanti ai propri occhi, di ciò che vediamo: certo, si può fare, ma a chi interessa? Se sto mangiando una mela m'interessa davvero poco che una persona mi venga a dire che sto mangiando una mela. Grazie al cazzo, lo so. E tu sei un povero ritardato con nulla da dire. L'impressione, dunque, è che l'israeliana abbia frainteso l'intero lavoro teorico di Straub ed Huillet, i quali biforcano la parola e il visivo sì da non mostrare ciò che è detto e di non dire ciò che è mostrato e finendo così per compenetrare infinitamente i due livelli, quello della parola e quello del visivo appunto. In Amori e metamorfosi, invece, non c'è che un livello, ma palesato due volte. La copia della copia della copia. Quindi un qualcosa di tremendamente inutile, così inutile che forse sarebbe stato meglio non parlarne. 

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