71° Mostra del cinema di Venezia: Belluscone. Una storia siciliana


Maresco ritorna, almeno in parte, perché in effetti non ritorna, e Belluscone. Una storia siciliana (Italia, 2014, 95'), forse, non è che il movimento di una scomparsa, l'attestazione di uno svanire, ed è proprio questo fatto del film non fatto, non finito né definito a portare a una tale constatazione, perché Belluscone. Una storia siciliana è un film di Maresco fino a un certo punto, e forse lo sarebbe stato se si fosse intitolato come aveva suggerito Tatti Sanguineti, ovvero Il colpo di grazia, quello che Maresco non è mai riuscito ad assestare; invece la pellicola si intitola Belluscone. Una storia siciliana, quindi la sensazione del non fatto, del film non-film prevale su tutto, perché il tema che ha portato a quel titolo, ovvero gli agganci mafiosi di Berlusconi in Sicilia, che hanno portato il Cavaliere a diventare quello che è stato, vena l'intera pellicola senza in realtà emergere. Cosa emerge, dunque? Emerge la sconfitta di un regista, ma è una sconfitta che non è esclusivamente individuale ma anche collettiva, perché il cinema (e non è un caso che l'argomento del lungometraggio sia eminentemente politico) è collettivo e politico, sicché la sconfitta, quel non finito, è prima di tutto riconducibile al cinema e alla politica. In questo senso, Belluscone. Una storia siciliana è probabilmente il film che più ha centrato la situazione italiana attuale, che è appunto quella dello svanire labile, di una scomparsa perenne e mai definitiva. Il cinema puro e duro, come lo definisce Tatti, di Maresco si fa, dunque, non soltanto aderente alla politica e non soltanto politico ma come identico alla politica, faccia di una medaglia il cui retro è la politica. E in ciò è gramsciano, Maresco, e dal suo gesto si definisce perfettamente quello che dovrebbe essere uno degli assunti di base di una società che non si voglia scomparsa, ovvero quello per cui la politica deve emergere dalla cultura e non formulare e prestare idee a questa, perché così la intirizzisce e la riduce a quella che è stata nei peggiori regimi dittatoriali o, più banalmente, a quella che è oggi in Italia (si pensi al Fazio e al Barbera, e insomma a quella che è la pseudo-cultura elargita dalla sinistra); purtroppo, questa rimane ancora un'utopia, così come rimane un'utopia un film su Berlusconi, ovvero, appunto, una cultura che porti a una certa politica. E il film di Maresco rimane in-finito, e non potrebbe essere altrimenti.

VOTO: 3/5

1 commento:

  1. Bellissimo commento. Maresco più volte ha sottolineato come la sua idea di cinema,oggi,non ha più senso farlo.
    Nel link c'è l'intervista sul film e non solo.(c'è un momento meraviglioso dove offende Veltroni e ripetutamente la cricca di quella intellighenzia)


    https://www.youtube.com/watch?v=C9POl3ugm2w

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