71° Mostra del cinema di Venezia: The president


Con The President (Georgia/Francia/Gran Bretagna/Germania, 2014, 115') la 71° mostra del cinema di Venezia apre la sezione Orizzonti, e in effetti di orizzonti si tratta nella pellicola di Mohsen Makhmalbaf, ma sono orizzonti metafisici che infastidiscono per il loro proporsi come orizzonti politici; in effetti, non c'è niente di politico in The President, tranne l'assurda convinzione del regista per cui un popolo senza dittatore s'imbarbarisce: la fuga del dittatore decaduto assieme al nipotino non è altro che una discesi che è ascesi, perché scoperta delle condizioni di vita in cui il popolo che fu del dittatore vessa, e c'è come una commozione di fronte a tutto questo nell'animo del dittatore. The President, insomma, mostra da una parte come un dittatore possa sintonizzarsi sulle frequenze del popolo, dall'altra come il popolo, senza un dittatore, diventi un affare di polizia, ed ecco l'imbarbarimento. La posizione reazionaria e controrivoluzionaria di Makhmalbaf è palese, e fa quasi tenerezza vederlo girare un film per difenderla: non solo c'è questo tentativo di far identificare lo spettatore con il dittatore, che infine diviene un emblema di umanità, ma c'è anche quest'assurda e imbarazzante idea per cui il popolo, vendicativo, debba diventare l'antagonista. È come dire che i partigiani siano stati degli stronzi a impiccare Mussolini.  Il problema è che Makhmalbaf si muove su un territorio cinematografico che non ha niente a che fare col cinema ma è fondamentalmente narrazione come poteva esserla quella di Voltaire quando scriveva romanzi per veicolare le proprie idee: un servigio della forma, ecco tutto. Forma che, nella sua classicità, vuole un protagonista e un antagonista - nessuna sfumatura, nessuna realtà. Non ci si stupirà, quindi, degli indugi sul povero nipotino del dittatore - cresciuto in una reggia e, anzi, che ballava mentre i figli del popolo morivano di fame o vedevano i propri genitori morire in carcere per mano del dittatore - mentre il dittatore, che si è finalmente reso conto di essere stato un bastardo vigliacco per tutta la sua vita muore. Sì, muore. E la cosa assurda è che egli stesso si sia reso conto di meritarla, quella morte, mentre invece lo spettatore, al cinema, ne piange, di quella morte. Già, il discorso portato avanti da Makhmalbaf infastidisce, e se dal punto di vista cinematografico può infastidire il fatto che una persona arrivi ad utilizzare il cinema come mezzo e veicolo di una propria idea senza sprigionare le potenzialità che sono proprie di quell'arte, dal punto di vista umano è politicamente inaccettabile che si arrivi a mostrare la rivoluzione come una bestialità, un popolo come un animale indomito capace delle peggiori efferatezze. Per questo l'on the road del dittatore è una discesi che è ascesi, perché, una volta ridotto a mendicante, il dittatore riscopre la propria umanità, ma la riscopre, appunto, come mendicante, come popolano, non come dittatore, e quello che Makhmalbaf non intuisce è che l'assiologia, in questo modo, cambia grado e la dialettica dittatore-popolo sussiste fino a un certo punto, e i partigiani non stanno in realtà uccidendo l'uomo, che si è reso conto dei propri misfatti, ma la figura dittatoriale o, meglio ancora, quegli stessi misfatti. Eppure, al cinema tutto cambia, e l'immagine assume quella pervasività in grado di renderla un qualcosa di univoco a livello emozionale, ma, appunto, questo livello è prettamente emozionale e ha poco a che fare con una realtà fattuale che lo disgregherebbe, sicché è davvero frustrante avere a che fare con film a tesi che vogliono installarsi nella realtà, cosa impossibile visto che sono film, trasgredendo il cinema, e insomma forse sarebbe meglio che, anziché fare cinema, gli islamici si concentrassero sulle loro specialità e su ciò che gli riesce meglio, come per esempio organizzare attacchi terroristici in nome di Allah.

VOTO: 1/5

4 commenti:

  1. A questo punto, visto i due film che hai recensito, potevi anche risparmiarti il viaggio :p
    Ormai dev'essere una regola, che il primo giorno di festival, si cominci sempre con pellicole che lasciano il tempo che trovano...

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    1. Eh, oggi spero di rifarmi con Oppenheimer, ma butta male... Comunque quella regola mi sa che vale soltanto quando siamo assieme >.<

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    2. Scusa, ma non credo d'aver capito O_o
      In che senso dici che la regola vale solo quando siamo assieme?

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    3. Che il giochetto vale quando siamo assieme: primo giorno, ciccia, poi la sera bomba. Il primo giorno, invece, è stato solo spazzatura, quindi credo che la regola valga soltanto quando siamo assieme al festival, non quando sono da solo. Quando sono da solo c'è spazzatura e basta >.<

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