71° Mostra del cinema di Venezia: Terre battue





A spingermi ad andare a vedere Terre battue (Francia, 2014, 95') è fondamentalmente la produzione, che è dei fratelli Dardenne, ma, com'è ormai di norma qui alla Mostra del cinema di Venezia tutte le buone intenzioni saranno necessariamente punite, e il film di Stéphane Demoustier non fa eccezione; il discorso è sempre lo stesso, e cioè che manchi il cinema, ma c'è anche dell'altro, perché Demoustier porta in scena storie di ordinari fallimenti che hanno dell'ineluttabile nella loro genetica; Ugo, infatti, l'undicenne tennista quasi-prodigio protagonista del film, per farcela trucca la partita come il padre, Jérôme, trucca le possibilità di concludere un contratto di lavoro per mettersi finalmente in proprio, ed è proprio questa discendenza del fallimento a infastidire, come già in Maps to the stars (Canada, 2014, 111'), perché se è pur vero che una predeterminazione determinante esista, così come un certo grado d'ineluttabilità nell'esistenza, è altrettanto vero che la volontà non è figlia di un'altra volontà ma delle circostanze, che di fatto l'annullano. Non esiste la volontà, ma Demoustier fa come se esistesse e porta il figlio a seguire le orme del padre proprio sul piano della volontà, quasi le due fossero una cosa unica, trasmessa tramite DNA. Questa la pecca più evidente della pellicola, almeno per quanto mi riguarda, alla quale poi se ne aggiungono altre, come per esempio la pretestuosità nella scelta di accostare il padre al figlio, quasi fossero ambedue due immaturi o, comunque, ci fosse a livello di capacità di reazione di fronte alle avversità, alla paura etc. la familiarità che già era nella volontà, ed è un accostamento palesato in maniera eccessivamente didascalica, poiché dopo la separazione di marito e moglie padre e figlio restano a vivere da soli, ed è una convivenza tradotta e traslata nel fisico da un piano che il regista intende come psicologico ed emotivo. Insomma, un film sui fallimenti che è esso stesso un fallimento. Dovessi votarlo dal punto di vista metacinematografico, sarebbe un 5/5 sicuro.

VOTO: 1/5

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