71° Mostra del cinema di Venezia: The look of silence


The look of silence (Danimarca, 2014, 98') è solo in un certo senso il seguito di The act of killing (Danimarca, 2012, 116'). Più profondamente ne è una cellula, una scheggia impazzita, una scintilla. Più profondamente ancora è una ripetizione differente, e credo che sia questo l'aspetto che più colpisca del film: la ricorsività che lo attraversa e quasi lo fa sfondare nel meta-cinema; Joshua Oppenheimer, infatti, non gioca la carta, semplice e facile, di riproporre la formula fortunata della pellicola precedente, ma si muove con astuzia, e inserisce The act of killing dentro, all'interno di The look of silence, schivando però l'effetto matrioska e andando quindi a parare in lidi ben distanti da quelli cui The act of killing ci aveva condotti. Il titolo, a questo proposito, è esemplificativo: lo sguardo del silenzio, nella doppia accezione di un'osservazione sul - una visività del - silenzio (qualcosa del genere, sebbene di tutt'altra specie, l'aveva tentata, con successo, Pereda in Todo, en fin, el silencio lo ocupaba (Messico, 2010, 62'), pellicola strepitosa nonché vera e propria dichiarazione d'intenti) e di un silenzio che osserva. Checché ne dica la stampa e certa critica da blogosfera, infatti, The look of silence non ripercorre le tracce del precedente documentario, e anzi se ne discosta persino a livello tematico: del resto, che senso avrebbe avuto ripetere la stessa storia, già raccontata in The act of killing? Nessuna, e Oppenheimer per primo ci mostra di non averne interesse quando inquadra il fratello di una vittima del regime militare indonesiano mentre guarda i filmati girati dallo stesso Oppenheimer: il silenzio nel suo sguardo è il centro del film e di per sé le atrocità sono qualcosa che è rimasto davvero indietro, nei ricordi sbiaditi delle persone con cui il fratello della vittima discute e nello stesso The act of killing, dove pure l'atto d'uccidere era rappresentato, inscenato. Ecco, se c'è una similitudine, un fil rouge tra le due pellicole è proprio questa: la sensibilità, tipicamente baziniana (cfr. Morte ogni pomeriggio), di Oppenheimer nei confronti della morte, che nei suoi documentari appare sempre e solo come simulacro, come qualcosa che rimanda a ciò che ora non è presente (e non è forse questo il senso più stretto della morte?). Per il resto, come si diceva, The look of silence procede in tutt'altra maniera rispetto a The act of killing, ed è proprio il suo carattere ricorsivo a deformarlo in modo tale da portarlo a essere meta-cinema: da una parte, permane questa ricorsività che era anche in The act of killing (lì il gesto recitativo dei militari, che mettendo in scena, cioè rappresentando, ri-presentava la morte; qui, invece, il tentativo di riportarla in scena, la morte, attraverso filmati, ricordi, discorsi etc.), dall'altra, però, la ricorsività si fa sempre più in seno al cinema, di cui ora si tenta di sprigionare le potenzialità più genuine e sovversive; è il cinema, infatti, il luogo del simulacro, la caverna, la terra da cui questo, come vapore, emerge, ed è fondamentalmente al cinema che non solo è affidato il compito di ricordare il passato ma anche quello di preservare per ricordare il presente. Più che una riflessione sulle atrocità perpetrate dal regime indonesiano, dunque, The look of silence è una chiosa, una riflessione necessaria che in un certo senso è anche condizione di possibilità, sebbene posteriore e a posteriori, di The act of killing, poiché solo grazie a questa pellicola lo sforzo titanico di The act of killing, come cinema in grado di riversare sulla realtà tutta la propria eversiva potenza, può dirsi possibile e compiuto nello stesso The act of killing. Lo sguardo del silenzio diventa così qualcosa che definisce non tanto lo sguardo angosciato sulla morte e non solo, visto che c'è una reversibilità di sguardi tra l'abisso e chi vi scruta, nell'abisso, una morte che si affaccia sulle nostre esistenze e ci scruta da vicino, minacciandoci col suo spaventoso ed eterno silenzio, ma anche e soprattutto lo sguardo proprio dello spettatore cinematografico, di fronte al quale il cinema dischiude una realtà che è altra rispetto alla sua e perciò muta, nel senso che l'unico linguaggio possibile, essendo eterogenee le due realtà, questa e quella filmica, è proprio il silenzio. Come disse Lav Diaz, «alla fine della giornata, il modo migliore per capire l'arte è il silenzio; esso parla da sé». 

VOTO: 3/5

5 commenti:

  1. Eccolo finalmente, stavo iniziando a pensare che per qualche ragione non fossi più riuscito a vederlo! Comunque, mi fa piacere che la giornata di ieri, alla fine, sia stata ripagata con un film che possa intendersi "cinema". Ma onestamente, i dubbi in fatto di qualità erano veramente pochi nel caso di Oppenheimer, e da quanto mi pare di capire, lo hai apprezzato anche di più di "The Act of Killing"...

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    1. Sì, su questo c'erano pochi dubbi e, sì, secondo me è superiore a TAOK, o quantomeno siam lì... Oggi, comunque, ho visto l'ultimo di Seidl. Robe da non credere!

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  2. Per la serenità della nostra "professoressa" Milena Emme, inorridita da questo liberale uso della sintassi italiana, mi correggo: "stavo iniziando a pensare che per qualche ragione non SAREI più riuscito a vederlo!"...
    Mi raccomando cara, da ora dormi pure sonni tranquilli.

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    1. Scusa, ma l'hai visto? Perché se ti riferivi a me era giusta come l'avevi messa sopra, col congiuntivo al posto del condizionale. Con buona pace della professoressa dei miei coglioni.

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    2. Ah ah... Ovvio che era giusto Yorick, e tu hai avuto piena ragione a dare dell'idiota alla saputella. Ci ho solamente scherzato un po' su, sai, credo che certa gente viva in funzione di queste critiche, tanto vale la pena darle soddisfazione, anche se hanno vergognosamente torto :-)
      Questo fatto, comunque, dimostra per l'ennesima volta in quanti su FB sparino sentenze a caso senza leggere realmente, e attentamente, il post originale...

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